Boris
Boris-la serie (2007-2010), fotogramma di S3:E13 “Ritorno al futuro: Parte 1”

Un momento di sovreccitata escandescenza e approvazione investì il cuore di molti spettatori italiani – da tempo si blaterava un inconsistente giudizio riguardante la morte del cinema del nostro beneamato Stivale – quando fu distribuito, in quell’ormai lontano 2014, il primo Smetto quando voglio (trailer) di Sidney Sibilia. Il film, che vantò un clamoroso successo di pubblico e critica fino allo status di cult, inscenava, con originale inventiva e talento comico, il tour de force di alcuni squattrinati ex ricercatori universitari (ormai quarantenni) che per sbarcare il lunario si davano alla vendita illegale di smart drug, studiata a pennello presso i tavoli di un chimico sfortunato. Tra i membri della banda spiccavano Paolo Calabresi, Pietro Sermonti e Valerio Aprea, rispettivamente l’archeologo l’antropologo e il latinista, che avevano già partecipato, chi in maniera più preponderante dell’altra, nella spettacolare fiction televisiva italiana Boris (trailer), antesignano del Cinema di Sibilia (dai primi di Maggio Boris è disponibile sulla piattaforma Netflix).  

Quest’anti-felliniana serie Tv, andata in onda tra il 2007 e il 2010 prima su Fox ed FX e poi anche su Cielo, è un cenacolo satirico che riunisce con la sua fantasmagorica energia una piccola comunità di addetti ai lavori nel settore dello spettacolo televisivo e che, come anticipato sopra, in qualche modo anticipa lo sguardo critico e i toni grotteschi della trilogia di Smetto quando voglio. Nell’epoca dello streaming che soltanto all’epidermide distingue per categorie film e serie (poi, nella sostanza, queste non sono così diverse, il carattere seriale è diffuso largamente anche per quei film distribuiti in sala) si consolida la notorietà si Boris, che ben la meritava fin dai tempi del flop di ascolti. La serie, sceneggiata da Giacomo Ciarrapico, Mattia Torre e Luca Vendruscolo, è uno schiaffo morale e fisico contro quei modi grossolani e umilianti che molta produzione televisiva italiana ha adoperato per i suoi dipendenti (e si spera non li adoperi più).

Boris
Smetto quando voglio (2014) di Sidney Sibilia

Boris non propone la medesima festa sul set dell’introspettivo (1963) di Federico Fellini e neanche quella dell’elegiaco Effetto notte (1973) di Francois Truffaut, quanto un sentiero satireggiante e grottesco che, come i tre film di Sibilia, tende a farsi epopea attraverso i contributi provenienti da un piccolo universo. Nel caso di Boris, il set è stravagante e di bocca molto larga. Boris e Smetto quando voglio  colpiscono direttamente le autorità italiane, cieche nell’individuare i reali bisogni della persona e assenti per quanto riguarda il rilancio economico e sociale dei suoi cittadini. In più Boris fa emergere con la sua ironia anche quelle mancanze e pecche che animano la televisione e che sono, più profondamente, un riflesso reale e agghiacciante delle storpiature provenienti dalle alte cariche dello Stato. Stato e Tv lanciano infatti un’ultima possibilità di riscatto al roboante Renè Ferretti (Francesco Pannofino) che sarà impegnato, tra una crisi isterica e l’altra, nella realizzazione della fiction Occhi del cuore, in compagnia della scalmanata troupe di vecchie glorie e neofiti e dell’indimenticabile pesciolino rosso porta fortuna, Boris.

Smetto quando voglio ci mostrava la coinvolgente scalata al successo nel mondo criminoso, pur dal volto umano, dei già citati quarantenni che faticano a trovare un lavoro altrettanto appassionante e coinvolgente quanto i loro studi in ambito universitario (forte, ma velata qui dalla commedia, è l’influenza drammatica di Breaking Bad). Questi, al contrario di quanto avviene in Boris, decidono di evadere dal luogo natale e legale per trovare una propria strada e sopravvivere fuori dal loro mondo, pur mantenendo le conoscenze originarie. Invece, i membri della troupe di Occhi del cuore – gli autori rimangono nella commedia – resistono sul loro set nella convinzione che “un’altra televisione è possibile”, anche dopo una carriera di insuccessi in quel campo.

Boris
Io e la Giulia (2015) di Edoardo Leo

Paolo Calabresi è Biascica, il capo elettricista che attende “li straordinari de Aprile”, che resiste affianco al maestro Ferretti tra una menata di più e un pianto di meno; Calabresi sarà anche il rassegnato archeologo al servizio di Sibilia che procurerà i fucili della guerra civile per la rapina alla farmacia. Stesso declassamento inter-testuale subiranno i personaggi di Pietro Sermonti e Valerio Aprea: il primo da attore arrogante e prepotente, ma pur sempre con un tetto sulla testa, sarà – per ragioni anche di karma – l’antropologo con quel tragico “errore di gioventù” del quale è profondamente consapevole, ovvero la laurea; il secondo da sceneggiatore ipocrita e malfidato, ma pur sempre con qualche verdone in tasca, diverrà il latinista precisino che lavora per un cingalese alla pompa di benzina (ironia della sorte, nel film Boris del 2011 egli discute come un preciso insegnante di latino sulla grammatica italiana con gli altri due sceneggiatori).

In ultima analisi dobbiamo specificare che il progetto triennale di Boris, a cui si aggiunge il film omonimo del 2011 (l’epilogo di una piccola saga), di Giacomo Ciarrapico, Mattia Torre e Luca Vendruscolo è deposito intellettuale da cui si diramano, in maniera inter-testuale e tentacolare, temi e percorsi attoriali del cinema italiano degli anni successivi. Boris è l’antesignano artistico-televisivo del Cinema di Sidney Sibilia, la cui trilogia è interamente prodotta da Groenlandia e Matteo Rovere, regista di Veloce come il vento e Il primo re. Ma, se la serie Boris può essere considerata una sorta di madre di Smetto quando voglio con protagonista Edoardo Leo, allora dalla stessa potremmo dire che nascono altre operazioni di stampo più piccolo, come Noi e la Giulia (2015) diretto e interpretato dallo stesso Leo, in cui ritorna Stefano Fresi qui sempre alla ricerca di rivalsa come nell’opera di Sibilia.

Boris è una serie capolavoro tutta italiana che ci diverte con i suoi indimenticabili protagonisti e che, per l’articolato discorso appena intessuto, ci costringe ad uscire dal pregiudizio infondato nei confronti dei prodotti italiani. Non esiste alcun film o serie che sia prodotta non tenendo conto del contesto storico e sociale in cui nasce. Attori, produttori e registi agiscono, tra le altre cose, tenendo conto di quel labirintico complesso che è il Cinema-Mondo.

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