
Fuochi d’artificio illuminano a giorno la città di Fiume durante la festa d’insediamento, i rivoluzionari ballano per strada e gli spari armonizzano con la musica. Nel momento storico in cui la realtà si trasforma in un sogno collettivo ed euforico, i seguaci del Poeta-Guerriero cercano disperatamente di cancellare con questa vittoria le ferite lasciate dalla Grande Guerra, ma nella città in festa si agitano correnti di dissenso. È da queste premesse contraddittorie che Arnaldo Catinari parte nella costruzione del film storico Alla festa della Rivoluzione, presentato nella sezione Grand Public della ventesima edizione della Festa del Cinema di Roma.
Ispirato al romanzo omonimo di Claudia Salaris, il racconto prende avvio nel settembre del 1919 e racconta la vicenda dell’impresa di Fiume attraverso la storia fittizia di Beatrice (Valentina Romani), una spia al servizio della Russia. Beatrice è stata mandata a Fiume per raccogliere informazioni preziose sull’esperimento di uno stato guidato da un poeta, ma la sua sete di vendetta rischia di compromettere la missione. La sua vicenda è legata indissolubilmente a quella di due uomini: il medico Giulio (Nicolas Maupas), un disertore con connessioni agli ambienti anarchici, e Pietro (Riccardo Scamarcio), capo dei servizi segreti italiani. A regnare sulle sorti di questi personaggi si staglia la figura di Gabriele D’Annunzio (Maurizio Lombardi), l’uomo che ha fatto sì che i loro fati s’intrecciassero a Fiume. Un attentato alla vita del vate spinge Beatrice a prendere le parti di D’Annunzio: la donna deve impedire che si ponga fine alla rivoluzione del vate, senza restare sommersa nel caos di sentimenti politici e personali.
Interpretata da Valentina Romani (Mare fuori, Il sol dell’avvenire…), sulla carta Beatrice possiede tutte le caratteristiche per diventare un personaggio memorabile: è una donna enigmatica, passionale, ferita e vendicativa che mette continuamente a repentaglio la propria vita per un bene più alto. Peccato però che siano l’odio e l’amore a motivare le sue scelte più di qualsiasi ideale: diventa subito chiaro come questo personaggio, creato per soddisfare la richiesta di una protagonista femminile forte, alla fine risulti meno autonomo di quanto le premesse narrative promettessero. Beatrice è interessante (e interessata) solo in misura della presenza delle sue controparti maschili.
Il legame con Giulio è così repentino da risultare poco credibile, e per tutto il film ci si chiede se le sue azioni siano mai dettate dalla causa politica: lei sembra dedita a risolvere i problemi creati dagli uomini che la circondano, ma resta sempre nebulosa, teoricamente facile da comprendere ma mai incisiva. Questo risultato poco riuscito non è assolutamente da ricercarsi nell’interpretazione, quanto nella costruzione disattenta del personaggio, che non ha molto di originale: il suo passato tragico non basta a far sì che lo spettatore si interessi a lei, perché lei per prima mette in secondo piano i propri desideri rispetto a quelli degli altri protagonisti.
Più riuscito risulta Giulio, interpretato da Nicolas Maupas (Mare fuori, La bella estate, Il Conte di Montecristo…), personaggio che spesso ruba la scena. Lui gode di una complessità notevole: dannunziano convinto e, allo stesso tempo, disertore traumatizzato dalla guerra; medico che tenta di aiutare il prossimo malgrado le circostanze ma che all’occorrenza non esita a manipolare per raggiungere i propri obiettivi, sin dall’inizio ostacolati da Pietro, il capo dei servizi segreti italiani. Riccardo Scamarcio, ormai navigato e a proprio agio nel sostenere il ruolo dell’antagonista, palesa sul volto l’afflizione interiore tra desiderio e vergogna. Il dolore di Pietro è reso con efficacia, ma l’uomo resta un malvagio che non riesce a essere perverso fino in fondo. L’interpretazione è valida, ma azioni più efferate avrebbero dovuto condire i motivi dell’odio nei suoi confronti. Infine, come il Poeta svetta sui personaggi che lo circondano, tra tutte le prestazioni attoriali spicca quella di Maurizio Lombardi (The New Pope, M – Il figlio del secolo…): magistrale ed elegante nei panni di D’Annunzio, la cui presenza si rende assolutamente necessaria per dare carisma all’opera.
Questi personaggi fittizi e storici attraversano con ansia, rabbia e speranza il teatro di Fiume, vittime di un sogno la cui goliardia si sta sgretolando: tra le crepe di questa festa si percepisce la decadenza. Questa è l’affascinante premessa del film di Catinari, che rappresenta una breve utopia rivoluzionaria in cui l’arte sembra potersi ritagliare uno spazio politico sulle mappe. Tuttavia, il sogno di una “festa permanente” guidata dalla genialità futurista non è incarnato in modo coeso nel film: i personaggi dell’opera non riescono a divenire metafore di quel determinato momento storico, ma sembrano solo marionette inserite in un qualsiasi contesto intrigante. Si mescolano i tumulti della Storia con le lotte interiori dei protagonisti, ma non si riesce mai a cogliere la specificità dell’esperienza fiumana: i liricismi dialogici rendono tutto irreale e manieristico, svuotando di significato le convinzioni ideologiche per cui tanti si sono sacrificati.
Il fermento di Fiume, più che mostrato, viene raccontato: questo è il principale limite della pellicola. I personaggi si fanno spingere dagli eventi senza la minima resistenza, privi di personalità troppo definite perché devono assurgere di volta in volta al ruolo che la trama richiede, correndo da una parte all’altra dello schermo come a scappare dalla confusione del pubblico, più che dalle pistole nel loro mondo. La narrazione è così lineare da rasentare il didascalico e, allo stesso tempo, a tratti abbastanza immotivata da lasciare perplessi. Se si sceglie di sacrificare la fedeltà storica per fini diegetici, non ci si può permettere di scrivere un film confusionario, altrimenti ne deriverà un’opera ambiziosa ma non sempre capace di orientarsi nella propria complessità. Il risultato è un progetto con grandi potenzialità, penalizzato da una sceneggiatura che avrebbe meritato maggiore sviluppo e coerenza.
L’attenzione negata alla costruzione della trama è invece riservata alla bellezza visiva ed estetica delle scene: Catinari, all’esordio come regista dopo una carriera da direttore della fotografia, mostra un’occhio scrupoloso per il dettaglio estetico. Come lui stesso ha affermato in un’intervista, quella di Fiume è stata «un’utopia estremamente cinematografica» di cui si rende bene il fascino. Magnifiche le sequenze d’azione ambientate nei palazzi decadenti e sontuosi, le seducenti atmosfere notturne, i monumenti classicheggianti (le riprese si sono svolte a Udine) che donano solennità al racconto. La regia di Catinari si distingue per un’impostazione classicheggiante con un’inquadratura più interessata all’equilibrio visivo che al ritmo narrativo.
Alla festa della Rivoluzione è un film ambizioso, così strabordante di suggestioni da riuscire a balbettarne solo alcune, ma comunque godibile. La festa perpetua è un’illusione da cui emerge la tirannia, ma quasi nessuno dei protagonisti sembra preoccuparsi di questo: tutti contemplano la propria tragedia, l’attraversano con amarezza, e si perdono nei meandri di questo capitolo di Storia. Tutto ciò che rimane è la bellezza nostalgica di un sogno la cui fine si percepisce nell’istante stesso in cui viene vissuto.

