#RomaFF16: Essere Giorgio Strehler, la recensione

Essere Giorgio Strehler recensione film DassCinemag

In occasione dei cento anni dalla nascita, la Festa del Cinema di Roma presenta nella sezione “omaggi e restauri” di questa sedicesima edizione il documentario Essere Giorgio Strehler diretto da Simona Risi, capace di trasportare il pubblico nella mente e nell’animo di un genio della cultura e del teatro italiano come Giorgio Strehler.

La Risi riesce in un’esperienza magica, quella di fondere due mondi che oramai si contaminano l’un l’altro ma che sono profondamente differenti: con un prodotto cinematografico viene infatti esplorata l’essenza del Teatro attraverso le parole e i gesti di uno dei suoi principali rappresentanti in Italia e nel mondo. Con questo documentario, il pubblico ricorda o conosce Giorgio Strehler non solo dagli interventi di chi lo aveva conosciuto ma riesce a mettersi quasi in contatto con lui, con la sua grazia e con la sua forza, due parole con cui si può riassumere lo stile usato dalla Risi in questo racconto.

La regista si serve dei frammenti delle prove di alcuni suoi lavori e li alterna ad alcune interviste che hanno visto protagonista il Maestro tra cui quella inedita di Roberto Leydi del 73. Non sono mancati anche gli interventi di chi ha condiviso con lui parte della sua vita professionale o privata e di alcuni storici del teatro che hanno cercato di spiegare come Strehler fosse diventato in poco tempo un’istituzione grazie al suo modo di operare inconfondibile che prende evidentemente le mosse dalle fasi della sua vita che inevitabilmente sono state assorbite nel suo lavoro.

Non assistiamo fortunatamente ad una lezione sul Maestro e neanche del Maestro ma riusciamo a vedere proprio lui che cerca di svelarsi, di farsi conoscere attraverso la sua presenza magnetica, il suo carattere protagonista che emerge nel rapporto con i suoi attori e soprattutto attraverso la sua regia, un modo unico di concepire il Teatro, inteso come uno degli elementi fondanti del vivere comune che offre a chi lo vive una diversa chiave con cui interpretare la Vita.  

Quello che il pubblico conosce, attraverso questo documentario, è l’uomo che ha fatto sì che il teatro d’arte fosse per tutti, che recitava vivendo e viveva recitando, forte all’esterno, fragile nel suo intimo come dimostrano i suoi scritti privati pieni di desideri, alcuni mai realizzati. Darsi alla vita generosamente, rischiando anche di soffrire ma non avendo timore di non aver osato: è questo il messaggio di un uomo che vive ancora nelle acque del mare che bagna Trieste e nelle mura, nelle maschere e negli abiti di casa sua, il Teatro.

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