Il lungometraggio The house that Jack built di Lars Von Trier è la cronaca delle gesta di un serial killer che opera in un arco narrativo di 12 anni partendo dal 1970. Il film è interamente raccontato dal punto di vista dell’assassino che si confronta con la misteriosa figura di Virge, un mentore oscuro e perverso che funge da ambiguo psicologo e controparte morale del protagonista. Il film di Lars Von Trier è un saggio sulla forza perturbante dell’arte contemporanea, la mostruosità delle barbarie prodotte dalle guerre del  900′ e la necessità filosofica di sondare gli antri più oscuri della natura umana. Per unire tematiche così alte fra loro senza cadere nella retorica e nel narcisismo intellettuale Lars Von Trier utilizza l’espediente superficiale di un racconto noir sulla mostruosità di un serial killer. Il film è a tratti disturbante ed a tratti volutamente umoristico.

Forse per capire il film di Lars Von Trier bisogna però cominciare dal contesto in cui arriva al festival. Il regista, espulso nel 2011 per alcune sue parole su Hitler e Israele, è stato riammesso dopo scuse ufficiali (che arrivarono subito nel 2011) ed aver dimostrato la sua convinta opposizione all’Olocausto ed alle violenze antisemite della seconda guerra mondiale (concetto ribadito nel film in concorso). La sua natura provocatoria e la sua propensione a scandalizzare non sono mancate nemmeno in questa occasione. Siamo nel Festival di Cannes più femminista degli ultimi anni, probabilmente frutto e conseguenza di un senso di colpa scatenato dallo scandalo Weinstein e dall’onda di indagini  e denunce che si sono sviluppate intorno. La pressione è stata talmente forte che perfino il Primo Ministro francese ha voluto marcare la cosa facendo trovare a tutti gli accreditati nelle proprie borse un finto invito con un papillon stampato e lo slogan “Comportement correct exigé”, il biglietto antimolestie riporta un numero telefonico che una vittima o un testimone di violenza sessuale o di sessismo può utilizzare per denunciare l’aggressore, un sito internet governativo e la chiara indicazione di una pena fino a tre anni di prigione e 45000 euro di multa per il molestatore. In una situazione di ostentato allarme ritorna Lars Von Trier con un film che comincia con Matt Dillon che fracassa il cranio di Uma Thurman con un crick, onorando fra l’altro la tradizione di PSYCHO di Alfred Hitchcock in cui l’attrice più nota del film muore nei primi minuti. Insomma Lars Von Trier sceglie il festival più delicato sul tema della donna come vittima di abusi e violenze maschili per raccontare di un maschio serial killer e delle sue barbarie, principalmente rivolte alle donne ma con un “occhio di riguardo” verso i bambini e le minoranze razziali. Tutte le immagini efferate di omicidi, amputazioni verso animali ed esseri umani sono lo strumento di un saggio cinematografico sul mondo contemporaneo, su come la società di massa ha metabolizzato la brutalità delle guerre mondiali, dell’Olocausto, la trasformazione della società, la morte della famiglia e l’indifferenza verso la violenza che circonda i paesi civilizzati ed in pace. Ogni scena di violenza è speculare ad una riflessione diegetica o extradiegetica su qualcosa che riguarda direttamente la nostra vita contemporanea. Lars Von Trier fa tesoro degli insegnamenti del teatro contemporaneo britannico e sembra guardare alle trasgressioni di drammaturghi come Edward Bond o Sarah Kane per le inquietanti scene di violenza che riesce a mettere in scena. Così come Bond e la Kane puntavano a scandalizzare, disturbare o inquietare il loro pubblico fino a portare una parte di esso a fuggire dallo spettacolo così opera Lars Von Trier provocando il suo pubblico. Il regista costruisce con chirurgica precisione un prologo ed un epilogo di forte impronta intellettuale per ogni istante di perturbante violenza visiva. Non si può fare a meno di pensare alle provocazioni di artisti come Maurizio Cattelan che impiccò ad un albero di Milano dei manichini di bambini quando si vede Jack riadattare in una macabra statuina il corpo senza vita un bambino, lo si pensa con ancora più intensità quando si osserva la casa che Jack finirà per costruire, un’opera spaventosa ma pienamente riconducibile ad una esposizione della Biennale o ad una scultura di Damien Hirst.

Lars Von Trier dimostra di saper giocare con i mezzi che ha a disposizione, non esalta mai le azioni raccapriccianti del suo assassino ma le condanna risolutamente non lasciandogli alcuna possibilità di redenzione, giudicandolo per il suo libero arbitrio di cui è irreversibilmente colpevole. Resta indimenticabile la soluzione narrativa con cui trasforma un accappatoio nel mantello di Dante Alighieri tramutando Virge in Virgilio e portandoci negli inferi più profondi della mente di un assassino.

di Daniele Clementi

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