Watcher, la recensione: Alfred Hitchcock alla finestra

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Teso e suadente Watcher (2022, trailer) di Chloe Okuno è un thriller psicologico accattivante ed essenziale che, sulla scia di Alfred Hitchcock, costringe lo spettatore a riflettere sulle potenzialità distruttive dell’umano sguardo. Gli occhi uccidono e sono curiosissimi invasori dei nostri personalissimi spazi. La vita di una giovane coppia di innamorati (Maika Monroe e Karl Glusman) entra in crisi quando Julia ha l’impressione sempre più vivida di essere osservata da una figura misteriosa abitante la palazzina di fronte (Burn Gornman). Comincia così per la protagonista un’indagine oltre l’ossessione che la condurrà inconsapevolmente a confondere realtà e immaginazione. Oltre all’evidente richiamo al cinema del maestro della suspense, c’è da precisare che nel film di Okuno la dialettica tra chi guarda e chi è osservato subisce un’interessante sovrapposizione.

Il film rimescola completamente le domande più ovvie e ci manda volutamente in confusione quando dobbiamo dare una risposta. Chi è veramente il watcher? Il watcher è uno o più di uno? Fin dalla prima scena nell’appartamento di Bucarest e dai titoli di testa, la regista e sceneggiatrice ridefinisce in tal senso i rapporti di sguardo e la posizione dello spettatore in relazione al testo. Qui, il magnifico retrocedere della macchina da presa dalla finestra dell’appartamento della coppia avviene contemporaneamente allo scorrere dei titoli di testa e poco dopo la presentazione degli innamorati che, solo ora, sono in intimità. L’allontanamento di macchina ci pone a sorpresa nella scomoda posizione di essere noi i “maniaci” voyeur. Riprendendo dunque il rapporto sessuale della coppia protagonista, Okuno ci lascia sguazzare nel nostro stesso tradimento delle parti: prima eravamo (e saremo) con la donna i meri oggetti di sguardo e ora siamo i detentori mostruosi del gaze invadente.

La finestra dell’appartamento della coppia diventa uno schermo cinematografico ripieno di tensione ed orrore. Pertanto quando indagheremo alla finestra assieme alla donna, Watcher ci destabilizzerà tramutandoci in personaggi alieni “intra-schermo”. Una volta appreso di essere vivi assieme alla protagonista, vorremo anche noi uscire dalla quota di finzione per sposare la realtà bella e pericolosa. Ora, se nell’indimenticabile La finestra sul cortile Alfred Hitchcock rinvigoriva il potere dello spettatore e lo avvicinava a quel dio osservatore delle “vite degli altri” che però mai esce dalla casa, Chloe Okuno confonde anzitutto le tante possibilità di visione dello spettatore e lascia poi che quest’ultimo oscilli con imbarazzo dentro e fuori di casa tra lo stato castrato di vittima braccata e di killer della privacy altrui. I rapporti di sguardo tra i personaggi sono però ulteriormente complicati dal fatto che la bellissima Julia si presenti come l’opposto del protagonista del capolavoro anni cinquanta.

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Julia non è affatto l’unico occhio sul mondo e non è neanche impossibilitata ad agire perché in sedia a rotelle. È sì spogliata dell’onnipotenza e invisibilità che caratterizzavano il personaggio interpretato da James Stewart, ma è anche rivestita di una coraggiosa quota di azione fisica che manca al contrario nel Jefferies di Hitchcock. Nel corso della narrazione infatti ella smuoverà il circolo degli eventi rinunciando finalmente al ruolo di agnello da macello: in un momento significativo del film Julia scansa la posizione scomoda dell’oppresso indagatore e avanza allo stadio pericoloso di agente accusatore. Questo continuo spostamento della bilancia (oggetto osservato e soggetto agente) pone la protagonista allo stesso livello della sua nemesi alla finestra ed inoltre, tenendo conto dell’empatia sviluppatasi nei suoi confronti, ci rende inevitabilmente complici. Lo spettatore sviluppa dunque una partecipazione attiva e passiva alla storia di Watcher e, proprio come il presunto maniaco alla finestra, invade la privacy altrui.

Per quanto il film di Okuno sia una favola fuori dal mondo intra-rete, questa invasione dello spazio altrui eleva Watcher a meta-storia del nostro contemporaneo iperconnesso e social. Le tante finestre delle palazzine diventano screens in cui è possibile scorgere la vita della comunità mondiale. Fin quando sappiamo di essere noi gli osservatori continuiamo imperterriti ad intrattenerci con gli affari degli altri; nel momento in cui invece il nostro quadro è l’oggetto reale dello sguardo indiscreto o indesiderato, ci sentiamo allora relegati ad una posizione succube di estrema passività che necessita un’attivissima ribellione. Addirittura, la condizione iniziale di opprimente inattività a cui Julia è sottoposta è esasperata così tanto dalla regista sceneggiatrice che ogni luogo del film diviene meravigliosamente claustrofobico.

Watcher è un gioiellino essenziale e capace di rendere straniero e pericoloso ogni angolo del mondo rappresentato. La casa, le strade, il cinema, il supermercato e la metropolitana diventano sconvolgenti e labirintiche estensioni di un aberrante sentore persecutorio. Oppressione e mancanza d’aria si ergono a brillanti qualità di un film che cita continuamente Brian De Palma. Vestito per uccidere (1980) e Omicidio a luci rosse (1984) fanno ancora scuola in un film capace di regalare un plot twist e una risoluzione accattivanti e spaventose. Pizzicando sempre le corde di sospetto ed inganno ed ereditando il passato cinematografico dei maestri, la parabola oscura della regista californiana ha tutto il potenziale per dar vita ad altre rosee produzioni horror che mai dimenticano di raccontare le nostre paranoie e paure più recondite.

Al cinema dal 7 settembre.

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