#Venezia82: À pied d’œuvre, la recensione del film di Valérie Donzelli

Ho smesso di fare il fotografo per diventare scrittore. Restare scrittore era tutta un’altra storia.”

Crepe si aprono su una carta da parati color verde foresta: dal varco che distrugge l’ordinata sequenza di fantasie murali appare il volto pensoso di Paul, un uomo che ha deciso di rinunciare alla propria stabilità economica per inseguire il sogno di diventare scrittore. È da questa frattura fisica e simbolica che prende avvio la narrazione di Valérie Donzelli, che ha presentato all’ottantaduesima edizione della Mostra del Cinema di Venezia un’opera realista e disillusa: si tratta di À pied d’œuvre (At Work), film tratto dal memoir autobiografico di Franck Courtés

Paul, interpretato da Bastien Bouillon, (La guerra è dichiarata, candidato agli Oscar nel 2011 come miglior film straniero), a quarantadue anni decide di abbandonare il suo impiego di fotografo per dedicarsi alla carriera di scrittore. I parenti sono straniati da questa scelta, incapaci di comprendere come la sua vita, fino ad allora apparentemente serena, fosse in realtà un muro da abbattere: sotto la carta da parati della stabilità ribolliva il desiderio di scrivere. Tuttavia, nell’attesa del successo l’uomo incontra la povertà: deciso a non tornare sui suoi passi, pur di mantenersi Paul si rivolge all’app Jobber e viene risucchiato nel circuito opprimente della gig economy. La sua vita si divide tra le necessità quotidiane e le sue aspirazioni: da una parte è ossessionato dall’idea di scrivere il grande romanzo che lo salverà, dall’altra cerca di sostentarsi con lavoretti scovati sull’app, programmata al fine di costringere i lavoratori ad accettare stipendi indecorosi.

Ostacoli perenni e attenzione sociale permeano la storia di questo universo mercificato, in cui ogni passo di Paul verso il suo sogno coincide con ferite esistenziali e fisiche. Il protagonista è umiliato costantemente dai dubbi di amici, familiari, editori: eppure, nonostante tutti i tentativi del mondo esterno di cambiarlo, Paul rimane ferreo nei propri ideali e osserva. Osserva maniacalmente la gente eterogenea che incontra, osserva i modi di vestire, di pensare, di vivere, e trae da ogni incontro nuova  ispirazione per la sua penna. Come un alchimista, l’uomo trasforma il grigiore che gli viene offerto dalle circostanze drammatiche in un racconto che oscilla tra lucidità, autoironia e resistenza, mantenendo una dignità che gli impedisce di perdersi nell’autocommiserazione. Paul soffoca spesso la propria emotività, e questa repressione si catalizza nel volto di Bouillon: in questo ruolo l’attore offre un’interpretazione intensa eppure misurata, sottile, incarnando un uomo ordinario che si ribella alle convenzioni e si batte per la sua scelta, accettandone le conseguenze con resilienza.

Donzelli ci regala un’opera dolcemente struggente, rivelando fotogramma dopo fotogramma una povertà reale, vicina ma mai ostentata. La regista è stata accorta nel non spingersi mai nella banale pornografia del dolore, non vi è spettacolarizzazione dei drammi al solo scopo di creare scalpore. Donzelli dipinge con sobrietà un ritratto della precarietà contemporanea: un mondo privo di equilibrio in cui l’arte e l’ambizione si scontrano con le logiche disumane del capitalismo digitale. Determinanti sono le tematiche della libertà e di tutto ciò a cui si deve rinunciare per ottenerla. La speranza e l’illusione possono spingere a sfidare la miseria per inseguire qualsiasi sogno. Ma la passione basta a giustificare un tale sacrificio? Fin quando l’impulso idealista è ammissibile, e quando potrebbe degenerare in follia?

À pied d’œuvre (At Work) colpisce lo spettatore con uno schiaffo emotivo grazie al proprio tragico realismo. Donzelli lascia intravedere un traguardo sempre lontano e sfocato: vivere nella precarietà è terrificante, ma anche nel remoto caso del raggiungimento della fama “essere letto non vuol dire essere amato”.

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