#Venezia82: Frankenstein, la recensione del film di Guillermo del Toro

Recensione di Dasscinemag del film Frankestein, il film di Guillermo del Toro presentato in concorso a Venezia82.

Frankenstein è una delle figure più citate e riadattate della letteratura moderna, forse perché la celebre storia di Mary Shelley è talmente universale che si presta a infinite riletture e interpretazioni. Talmente tante che a volte si ha l’impressione che non ci sia altro da poter dire o nessun altro modo per raccontarlo. E poi c’è Guillermo del Toro, che invece da dire ne ha eccome. Presentato in concorso alla Mostra del cinema di Venezia, Frankenstein (trailer) è una fedelissima trasposizione del romanzo Frankenstein o il moderno Prometeo. Dopotutto, se c’è un regista che poteva catturare al meglio l’atmosfera gotica e i toni cupi della celebre storia, quello è proprio lui. E infatti ci è riuscito.

Del Toro è il re del fantastico, il più attento e minuzioso ricostruttore delle tonalità finzionali e oniriche. E se già nel 2022 con Pinocchio si era dedicato ad una storia impressa nell’immaginario collettivo, adesso con Frankenstein vuol tentare di calcare le orme dei numerosi adattamenti del celebre personaggio. La storia, scritta per lo schermo da del Toro stesso, è divisa in capitoli come una fiaba e si rifà fedelmente al romanzo cambiando solo pochi e sostanziali elementi, come il rapporto tra Victor Frankenstein (Oscar Isaac) ed Elizabeth (Mia Goth), reso più tormentato ma non per questo indebolito.

Non ne ha certamente bisogno per reggersi in piedi, ma il cast stellare aiuta molto a rendere questo film un ottimo risultato. Victor Frankenstein è un dottore piegato su sé stesso dall’ossessione e dall’orgoglio, ma anche un uomo traumatizzato e mosso dall’amore per ciò che fa, ed Oscar Isaac restituisce sullo schermo tutta la pazzia e la passione che contraddistinguono il creatore, facendo molto spesso coincidere i due tratti simultaneamente. Anche Mia Goth, che veste sia i panni della madre che del suo interesse amoroso rendendo esplicito il non-detto letterario, si presenta angelica ma vitale al tempo stesso. Ma la sorpresa più grande è Jacob Elordi, che si mette completamente alla prova in un ruolo fin ora mai esplorato nella sua filmografia. La creatura diviene, nel suo corpo, un essere slanciato e duttile, mettendo alla prova i limiti della sua fisicità attoriale e delle sue capacità, con un effetto inaspettatamente positivo. In un mostro che richiama a tratti Edward mani di forbice nella sua ingenuità e nei suoi manierismi, si intuisce tutto l’amore che il regista nutre per questi personaggi.

Del Toro, si sa, è innamorato dei suoi mostri, ma in Frankenstein (come prima in Pinocchio), è interessato anche alla relazione col suo creatore. L’elemento genitoriale si sviluppa attraverso i flashback del rapporto tra Victor e il suo stesso padre e viene ripreso nel modo in cui poi il dottore interagisce con la sua creatura, ricalcando la stessa dinamica che infatti è destinata a degenerare. Unito ai riferimenti cattolici molto cari al regista il film mette in evidenza quanto il vero abominio sia il comportamento umano. La scienza e l’innovazione sono elementi neutri, pagine bianche su cui è l’uomo che proietta i suoi stessi demoni.

Del Toro sa fare il suo lavoro prima di tutto perché mette il cuore nelle sue storie. L’ambientazione di Frankenstein gli permette di dare il meglio di sé, tra scenografie e costumi ricostruiti al dettaglio con poca CGI che aiutano, come afferma lui stesso, ad una maggiore immedesimazione degli attori e un coinvolgimento. Il film diviene un vero e proprio universo a sé stante in cui immergersi e innamorarsi del suo cinema, e il tutto è aiutato da una colonna sonora perfettamente pregnante ed evocativa.

Alla fine, la visione che si ha di Frankenstein è di una trasposizione fedele e ben riuscita, che affronta col tipico piglio di Del toro le tematiche del romanzo e le fa proprie. Non vi sono eccessive attualizzazioni perché non c’è bisogno: ciò di cui parla Mary Shelley è ancora caldo dopo duecento anni. Come il regista stesso afferma, lui vuole raccontare: ‹‹il diritto alle imperfezioni››, restituire il bello nel diverso, amare ciò che non può essere incasellato. In un’epoca in cui tutto sembra già detto, del Toro sembra volerci raccontare che c’è un motivo se determinate storie sono ancora universali, ed è perché trattano di temi con cui l’uomo dovrà sempre confrontarsi. Se la paura del diverso è uno di questi, per fortuna lo sono anche la speranza ed il perdono.

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