#Venezia79: Copenhagen Cowboy, la recensione della serie di Nicolas Winding Refn

Copenhagen Cowboy

Chiunque abbia visto uno dei film meno noti di Nicolas Winding Refn come Fear X sa che subisce da sempre l’influenza dell’americano David Lynch e sebbene quest’ultimo non possa in alcun modo essere imitato, il regista danese ne ha certamente tratto ispirazione per il film con John Turturro. Parliamo di un’opera che segnò però la rovina economica del regista e lo costrinse a girare per pure ragioni finanziarie i due famosi sequel blockbuster della sua opera prima Pusher. Chi ha seguito in questi anni il talento danese saprà anche della forte influenza che il regista cileno Alejandro Jodorowsky ha esercitato su di lui, elemento contaminante ben presente nel suo Only God Forgives. Il regista cileno ha raggiunto la popolarità internazionale dopo i suoi film culto El Topo e La montagna sacra e con il famoso Dune mai realizzato che ispirò però tutto il resto della fantascienza cinematografica che sarebbe uscita in sala da li a poco. Il fallimento del progetto Dune portò Jodorowsky alla stessa depressione che avrebbe vissuto in seguito Refn per Fear X.

Esattamente come i registi che lo influenzano profondamente anche Refn predilige storie enigmatiche intrise di magia e psicologia, visioni filosofiche che rasentano la gnosi ed una sorta di mythopoesis profondamente condizionata dall’immaginario pop e multimediale degli ultimi decenni. Refn opera in bilico fra i generi come fra il cinema e la videoarte, concedendosi dilatazioni temporali e narrative spericolate che affaticano lo spettatore e lo obbligano ad un modo diverso di fruire il contenuto mediatico.

Copenhagen Cowboy (trailer) è un noir mistico con forti contaminazioni horror dove il crimine organizzato può da un momento all’altro fondersi con il vampirismo e lo spiritismo, dove gli esseri umani sono cibo per i maiali ed il grugnito è un linguaggio parlato da uomini in balia della loro libido sessuale. In un una dimensione narrativa dove può accadere di tutto ci sono donne vittime predestinate degli istinti demoniaci e bestiali dei maschi e donne divine, potenti come valchirie che puniscono la bestialità maschile e l’avidità femminile.

La prima stagione di Copenhagen Cowboy conferma il taglio narrativo della precedente serie di Refn, Too Old To Die Young, mostrando però di avere imparato dagli errori e creando una continuità narrativa più evidente ed un ritmo maggiore con scene d’azione soddisfacenti e ben organizzate e colpi di scena canonici, ma più commestibili anche per un pubblico meno sofisticato. Un ultimo regalo concesso dal regista ai suoi fan è la presenza di alcuni personaggi già presenti nella saga di Pusher che fanno intuire una continuità fra le opere di Refn e questa serie, alcuni dettagli più nascosti fanno perfino pensare ad un “Refn-verse” in grado di unire diversi racconti fra loro, ma sembrerebbe più un gioco che un piano strutturato ed organizzato dall’autore.

Copenhagen Cowboy è un prodotto fuori dagli schemi che gioca con i grandi generi americani e con la libertà sperimentale tipica dell’Europa per sviluppare un ibrido intrigante dall’estetica elevata e la simbologia sofisticata, uno spettacolo visivamente in grado di sedurre tutti ma linguisticamente destinato ad una minoranza di spettatori molto preparati.

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