#Venezia78: The Power of the Dog, recensione del film di Jane Campion

The Power of The Dog Jane Campion recensione

Uno dei film più attesi in Concorso alla 78esima edizione della Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia è senza ombra di dubbio The Power of the Dog (trailer) di Jane Campion. La regista premio Oscar per Lezioni di piano torna alla regia di un lungometraggio a distanza di dodici anni da Bright Star e lo fa sotto l’egida del colosso dello streaming Netflix, il cui “presents” campeggia a caratteri cubitali in apertura del film, pronto a mettere in scuderia un altro nome illustrissimo del panorama cinematografico internazionale.

I perché e i per come di questa attesa sono quindi tutti più che giustificati, ai quali partecipa anche la curiosità per l’adattamento di un materiale di partenza, il romanzo Il potere del cane di Thomas Savage, votato a un maschile estremamente ambiguo e fluido. La Campion è regista di donne, e di asprezze, com’era aspra e ostile la Nuova Zelanda proprio di quel Lezioni di piano del 1993. Aspro è però anche il Montana di The Power of the Dog, terra che agli inizi dello scorso secolo (il primo dei cinque capitoli ci annuncia che è il 1925) è indomita, tutta terre brulle, foreste fitte e cowboy al seguito di mandrie che alzano nuvoloni di polvere che descrivono e annunciano con più efficacia di un emissario.

Tra questi uomini dal volto bruciato dal sole ci sono i due fratelli Burbank, Phil e George, legati non senza contraddizioni da un vincolo di sangue integerrimo (padre e madre vengono appellati come “The Old Gent” e “The Old Lady”) che li fa vivere sotto lo stesso tetto di un ranch che va mandato avanti a ogni costo e quasi con ostinazione in risposta al tempo che passa e rammollisce il virile con i comfort della modernità. «Not without my brother» è ciò che Phil, uno spigoloso Benedict Cumberbatch, ripete spesso a sé stesso e a chi lo circonda. Non sempre lo fa a parole, perché in diverse occasioni lo script curato dalla Campion lo porta a qualificarsi tramite sfumature infantili e puerili, addirittura vendicative, nei confronti di quel fratello, il sempre meraviglioso e qui di una tenerezza sconfinata Jesse Plemons, che è tenuto stretto vicino perché memorandum vivente di ciò che Phil si promette di non essere.

Ma è ben presto chiaro come sotto lo strato di sporco accumulato di cui Phil è costantemente ricoperto si nasconda un segreto, una verità lontana, dimenticata sulle montagne alle quali spesso guarda con occhio presente-assente mentre riecheggiano le memorie di tempi gloriosi al fianco dell’amico deceduto Bronco Henry, tempi di un dominio sul West tutto lazi e polvere da sparo. Quell’armatura di sudiciume che solo lui può lavare via quando nessuno pare guardare fa da schermo tra il sé e l’immagine del sé, dualità che la Campion costruisce per la prima metà di film con una sapienza e un’eleganza invidiabile. Quelle montagne che si stagliano sullo sfondo, splendidamente fotografate (così come tutto il resto) da Ari Wagner, sono spesso poste in una profondità di campo che accorcia apparentemente la distanza che intercorre tra il qui e il lì, pur celandone ancora i misteri insondabili che dimorano all’interno.

Nel mezzo, l’avvicinamento di George a Rose (Kirsten Dunst), vedova e con un figlio – Peter (Kodi Smit-McPhee) – troppo delicato per la vita polverosa di quella terra respingente e per questo pronto a sciuparsi come un fiore di carta. E quando l’anima buona George decide di sposare Rose, eclissandosi progressivamente nel rapporto fraterno e rudemente maschio, Phil si sente ancora più privato dello specchio nel quale riconoscersi al negativo, ancora più costretto a reprimere i sentimenti contrastanti che lo animano nel profondo, reagendo con ostilità, meschinità.

All’ottima costruzione dei rapporti di forza e delle tridimensionalità dei personaggi della prima parte di The Power of the Dog, risponde una deriva d’intenti che si affretta e traballa con crescente incertezza per la seconda delle due ore totali del film. Gli schemi perfettamente dosati tra sguardi, gesti e azioni si sciupano uno dopo l’altro in una narrazione dei conflitti che si fa sempre più sincopata e che tenta di rispondere rovesciando il tavolo quando Phil inizia a interessarsi in maniera sempre più contraddittoria nei confronti del giovane Peter.

È in questo rapporto nascente, nucleo decisivo della pellicola, che pare avvertirsi una quantità di magma inespresso e che l’adattamento finale di Campion nega all’interno di congiunture che così si sfilacciano, che lasciano impronte leggere ma non si imprimono mai a fondo. Gli animi mutano in modo repentino, scattano e si fanno confusi. La delicatezza delle scelte di regia e di scrittura iniziali non tengono il ritmo scadendo in sottolineature in questo modo didascaliche, come l’alcolismo posticcio di Rose e l’enfasi sulla caratterizzazione fisica di Peter, tra le altre. Si tradisce, insomma, un fiato breve e affaticato che spacca The Power in the Dog in due e lo porta a scindersi tristemente in un prima e in un dopo senza soluzione di continuità.

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