#Venezia79: Victim, la recensione del film di Michal Blasko

Victim

Presentato alla sezione Orizzonti della settantanovesima Mostra d’arte cinematografica di Venezia, Victim (2022) di Michal Blasko è un’opera di denuncia col proposito di risvegliare la coscienza collettiva di fronte alla cecità di una famelica ipocrisia. Senza essere categorici ma al contrario aperti alla discussione critica, Victim rientra all’interno di una cinematografia dal gusto social politico ed interessata ad elevare le sue storie ad emblemi di un malore etico contaminante e sterminato. Più in particolare questa missione è abbracciata dall’Europa dell’Est, il cui cinema drammatico scava molto spesso nella profondità delle menzogne umane fino a regalarci epiloghi altamente pessimistici. Victim (Repubblica Ceca) non è distante ad esempio da Loveless (2017, Russia) di Andrej Zvjagincev. Per quanto il film del 2017 sia estremamente più tragico di quello del 2022, in entrambi i casi siamo però spettatori impotenti seduti avanti ad un deserto di contesti familiari sbandati e soprattutto colpevoli.

Il figlio di Irina, Igor (Gleb Kuchuk), è in ospedale a seguito di una caduta che gli impedisce di praticare la ginnastica a livello professionale; quando la madre Irina (Alena Mihulová) scopre che non sono stati i rom ad aggredirlo, ma che è stato il figlio solo a cadere e farsi del male, ella continuerà imperterrita a mentire sull’accaduto per ricevere sostegno economico e morale dalla burocrazia e da quella comunità stanca dell’intero gruppo etnico. Come in Loveless la rinuncia a cercare la prole scomparsa da parte dei vigliacchi Ženja e Boris rappresentava la mancata redenzione di una madre Russia irresponsabile, in Victim l’allontanamento dalla verità da parte della madre single ed i suoi pietosi tentativi di comprare il perdono con atti falsamente altruisti sono tinte nerissime di un quadro che condanna anzitutto una genitorialità tormentata e poi un universo corrotto a livello intrinseco. Inevitabilmente la storia di Irina e del figlio diventa l’amara satira di un mondo che, insistendo strenuamente a farsi vittima, va a ledere personalità innocenti su cui già pesa un grande pregiudizio.

Quando Irina accetta il denaro e il sostegno morale da parte del sindaco e degli amici ai danni del popolo zingaro, la sceneggiatura ridefinisce i rapporti di aggressore-parte lesa e provoca l’incrinarsi distruttivo della storia. Ci sentiamo strozzati dagli eventi e soprattutto dalla telecamera che segue ossessivamente Irina in tutti i suoi scambi e spostamenti (non vi è una scena senza di lei). Ogni sua decisione si ripercuote tanto sul suo fisico intorpidito quanto sull’universo di contorno. Ad esempio, vi è la sequenza profetica del conflitto tra donna e comunità rom: nella prima scena, Irina suona infastidita alla porta dei vicini ed entra senza permesso per sistemare il loro lavandino che perde e la cui acqua bagna il soffitto di casa sua; nella seconda scena è invece la madre rom (precedentemente assente) che suona alla porta di Irina e che, rimanendo sulla soglia, rimprovera la protagonista per essersi permessa di entrare in casa ed aver spaventato i figli. Questo conflitto lo rivedremo esplodere quando Irina, dovendo riconoscere per la polizia uno dei degli aggressori di Igor, punta il dito contro il figlio più grande della vicina. La sceneggiatura qui prende la piega più violenta e provoca così una sovrapposizione delle parti di aggressore e vittima. Sapendo infatti che Irina si sta inventando tutto, ella diventa anche la persona a cui si riferisce il titolo del film!

È dunque proprio in questo momento di accusa che il film di Michal Blasko si trasforma nella tragedia vigliacca di una regina che è sia aggressore/accusatore che vittima. Questo è il momento in cui la sceneggiatura del film provoca il suo poetico e brillante colpo di scena. Irina è sempre un nessuno, come ad inizio film, con la differenza che ora impugna lo scettro invisibile della sua stessa illusione. Crede di avere il potere decisionale, ma più insiste nell’accusa e nella falsa redenzione (vediamo i suoi tentativi di ipocrito riscatto) e più ella diventa vittima della sua stessa menzogna – non c’è bisogno di dire che le due scene conclusive assieme al figlio e in solitudine sono di una tragicità unica e indescrivibile. Victim di Michal Blasko è un’esperienza terrificante: non soltanto ci mette di fronte ad una sofferenza autoinflitta, ma costringe lo spettatore ad accompagnare la protagonista in una storia che si conclude già a metà film. Come il destino della prole di Loveless è già scritto dai genitori protagonisti che camminano sull’inferno costruito da loro stessi, allo stesso modo anche Irina condanna sé stessa al patibolo quando “invita” il figlio a cadere con lei nella purga. Implicitamente anche lo spettatore vi precipiterà.

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