#Venezia79: Dead for a Dollar, la recensione del film di Walter Hill

Dead for a Dollar recensione

Se dovessimo trovare un sentimento che fa da molla a Dead for a Dollar (trailer), presentato Fuori Concorso alla Mostra del cinema di Venezia, diremmo senza dubbio che è la nostalgia. Nostalgia, come rivelato dallo stesso regista Walter Hill, per un certo periodo della storia americana, nella poetica e mitica idea di un paese oggi irrimediabilmente cambiato. Come cambiato è d’altronde il panorama cinematografico contemporaneo, all’interno del quale il genere western funge un po’ da monolito dei tempi andati, rara apparizione che il più delle volte si risolve nel citazionismo. Qual è allora la funzione di un film come Dead for a Dollar, racconto di banditi e pistoleri in un cinema sulla carta così distante da questo immaginario?

Partiamo intanto dalla sua storia. Stati Uniti d’America, 1897. Max Borlund (Christoph Waltz) è un cacciatore di taglie che si ritrova a svolgere un compito insolito: un ricco uomo d’affari lo ingaggia per salvare sua moglie, rapita da un soldato disertore e portata in Messico. La missione, che prende le fattezze più di un’esplorazione del territorio che di un vero concatenarsi di azioni, riserva però due sorprese. Da una parte l’interferenza di Joe Cribbens (Willem Dafoe), famigerato fuorilegge e nemico giurato di Borlund. Dall’altra la scoperta che Rachel Kidd (Rachel Brosnahan), la donna da recuperare, non è affatto in ostaggio: al contrario è fuggita dal marito, scegliendo la compagnia di un altro uomo, peraltro di colore.

La ragione dietro Dead for a Dollar, come dicevamo, va ricercata nella volontà di costruire una storia che parte da un genere tipicamente maschile (sia nel protagonismo dei personaggi che per il target del pubblico), per approdare ad una figura femminile che rivendica la sua posizione di autonomia rispetto agli uomini con cui ha a che fare. Uomini che, sulla carta, vengono presentati quali personaggi preminenti rispetto a lei, inizialmente relegata a mero oggetto da salvare. Col procedere degli eventi ci si rende conto però che il personaggio di Rachel è l’unico con cui è possibile un allineamento spettatoriale, a discapito delle figure maschili che si muovono sui binari dello stereotipo. Binari che la donna sembra non seguire: non adottando un ruolo attivo nell’azione (come peraltro già accaduto in diverse riletture contemporanee e al femminile dell’epopea western), bensì opponendo il proprio rifiuto a quello passivo cui la destinano gli altri.

A farne le spese sono le sue controparti maschili, che le ruotano attorno senza mai dimostrare una reale profondità psicologica. Personaggi che, al contrario di Rachel, non hanno nulla da dire, indirizzati verso stereotipi all’interno dei quali persino mostri sacri come Willem Dafoe e Christoph Waltz risultano sminuiti. A fare da conseguenza e parallelo vi è una storia noiosetta, priva di mordente fin dai suoi esordi, che scorre piatta fino all’ultima sequenza senza peraltro riservare colpi scena. Sembra quasi che il regista abbia sacrificato il piano dell’intreccio a favore del sottotesto di genere, nonché di una costruzione estetica ricercata.

Di fatti Walter Hill è un maestro del genere western, punto fisso della sua storia più recente a cavallo degli anni ’80. La sua regia è sempre stata lontana dallo stile classico, rifacendosi, piuttosto che all’epoca dei suoi fasti, alla rinascita del genere durante gli anni ’70, in cui i motivi della frontiera si mescolavano con estetiche più sperimentali. Tale discorso in parte si ritrova anche in questo film, che però rispetto ai precedenti recupera una certa componente di classicità, soprattutto nelle sue ultime sequenze. Si ha peraltro l’impressione che il film adotti un’estetica non funzionale, che stona con la resa della storia. Durante la prima parte, la regia usa frequentemente la macchina a mano, con inquadrature tremolanti, che francamente non trovano una motivazione sul piano della messinscena. Questo perché in Dead for a Dollar, all’infuori dai discorsi di genere, tutto procede in modo fin troppo classico, dall’intreccio avventuroso al tipico finale movimentato da resa dei conti.

Ad ogni modo Dead for a Dollar è un film lento, per lunghi tratti inconcludente, che non riesce a valorizzare il discorso di genere all’interno di un intreccio meritevole. Il tutto vanificando il talento dei suoi attori, con un cast di primordine il cui potenziale o rimane sulla carta oppure, nel caso di Rachel Brosnahan, appare come un’oasi nel deserto.

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