Tuner: L’accordatore, la recensione: romantic noir Hollywood 4.0

Tuner l'accordatore, recensione

L’insostenibile leggerezza dello spettatore, con questa definizione potremmo verosimilmente qualificare il sentimento del pubblico all’uscita dalla sala dopo la visione di Tuner – L’accordatore  (trailer).

Daniel Roher (regista premio Oscar 2023 per il documentario Navalny) mette in scena questo romantic noir melodrammatico, un crime character-driven modello anni ’70–’90, reinterpretando secondo stilemi, tecniche ed estetica tipiche della cinematografica contemporanea, una narrazione classica che – udite ! udite ! – lascia svolgere, a chi lo guarda, il ruolo oggi quasi “preistorico” di “semplice spettatore”.

Una sensazione di leggerezza, di immedesimazione-senza-impegno rispetto alla vicenda filmica e ai personaggi che la popolano, che regala allo spettatore un bonus di levità divenuto raro nella cinematografia contemporanea – compresa quella non dichiaratamente arthouse.  

Il protagonista Niki White (Leo Woodall) è un ragazzo dotato di un “orecchio assoluto”, innato ed infallibile. Tuttavia Niki si è visto questa dote “mutilata” dalla iperacusia di cui soffre che gli fa percepire i suoni, specie quelli acuti e intensi, in modo anche molto doloroso. Questo talento forzatamente inesprimibile lo costringe a passare da ex bambino-prodigio – probabilmente destinato ad una promettente carriera pianistica – ad accordatore di pianoforti, mestiere che esercita insieme al vecchio Harry Horowitz (Dustin Hoffman), titolare della omonima ditta nella quale lavorano insieme. Harry suo mentore, esperto, amico, zio acquisito, figura paterna.

Harry e Niki

Il lavoro porta i due quasi-parenti-colleghi a frequentare dimore prevalentemente di lusso, dove oltre al pianoforte da accordare si possono trovare proprietari di rango ed oggetti di pregio. A partire da una circostanza del tutto casuale, le straordinarie capacità acustiche di Niki e la sua abilità nell’accordare i pianoforti lo porteranno prima a scoprire poi a sperimentare un’inaspettata attitudine ad aprire casseforti; il modo migliore per complicarsi e sconvolgere la propria vita.

Complicazioni innescate grazie all’incontro, anch’esso casuale, con una insolita famiglia di profughi Ebrei-Lituani di Vilnius agli ordini di un padre-padrone, Uri (Lior Raz), proprietario di una ditta privata di Security (e non solo…). Tutto questo non prima che Niki, accordando il pianoforte in un auditorium, incontri Ruthie (Havana Rose Liu), giovane pianista e compositrice, lei si, proiettata verso una brillante carriera musicale. La ragazza di cui si innamorerà.

Roher costruisce questo complicato intreccio narrativo avvalendosi di un montaggio rapido e di uno stile registico, quasi documentaristico, con camera molto vicina ai personaggi, attenzione ai dettagli sonori, realismo urbano, dialoghi semplici. Montaggio e regia volti a ritmare in modo incalzante le varie fasi della storia e ad introdurre la necessaria suspence sia a livello visivo che narrativo. Parallelamente acquista notevole importanza la colonna sonora che alterna pezzi classici, sinfonici e non.

Tenderly (“con tenerezza”, ironico ossimorico rispetto agli accadimenti del film), brano iconico del jazz anni ’40-’50, agisce come fil rouge emotivo del film e ne raccorda letteralmente le vicende aprendone e chiudendone il percorso narrativo. Essendo un film in cui il suono e i rumori rappresentano una componente fondamentale nella storia, Roher fa in modo che il sound restituisca il punto di vista del protagonista, così che il processo di immedesimazione del pubblico passi anche attraverso le sue percezioni.

Marius Maissner e Ruthie

Niki – Leo Woodall interpreta perfettamente il personaggio del talentuoso enfant prodige frustrato dalla impossibilità di esprimere le proprie qualità e di realizzare i propri sogni cui, forse, proprio nel finale troverà una sorta di superamento sia pur non indolore. La sua ragazza Ruthie – Havana Rose Liu  lo accompagna con una recitazione scolastica e comunque funzionale al registro del film. Un canuto ma sempre magnetico Dustin Hoffman, il dispotico Uri – Lior Raz e, in un inatteso cameo finale, Jean Reno nella parte del famoso ed enigmatico musicista Marius Maissner, contribuiscono, sia nell’ambito della finzione narrativa, sia con le loro interpretazioni di spessore, a dare al film il necessario grado di realtà e di crudezza; quanto basta per evitare il rischio di ridurlo a mera “favola urbana”.

Tuner – L’accordatore è un film di chiara ispirazione classica, con alcuni degli ingredienti tipici della cinematografia Hollywoodiana, dalla star (Dustin Hoffman) alla prevalenza della narrazione rispetto al profilo psicologico dei personaggi e ad implicazioni di carattere sociologico e/o politico. Si può ascrivere alla tendenza neo-classica contemporanea (Michael Mann, Denis Villeneuve, Damien  Chazelle): riprendere strutture narrative solide del cinema hollywoodiano, struttura leggibile, emozione classica, e modernizzarle mettendo al centro della fruizione – insieme e prima ancora della trama – l’esperienza audiovisiva in termini percettivi e di immersione dello spettatore nella mente del protagonista. Questa trasformazione della percezione in linguaggio cinematografico è ciò che rende Tuner – L’accordatore contemporaneo pur restando alla base un racconto hollywoodiano classico.

Due ore di intrattenimento piacevole, coinvolgente e “divertente”. Un film che al cinema – questa volta – fa sentire gli spettatori “liberi e comodi” nel loro posto in poltrona.

In sala.

Ti potrebbero piacere anche

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Ho letto la privacy policy e acconsento al trattamento dei miei dati personali ai sensi del Regolamento Europeo 2016/679 (GDPR) e del D.Lgs. n. 196 del 2003 cosi come novellato dal D.Lgs. n. 101/2018.