Kill Bill: The Whole Bloody Affair, la recensione: elegia pulp della vendetta

Kill Bill: The Whole Bloody Affair, la recensione a cura di DassCinemag

Per oltre vent’anni abbiamo imparato ad assimilare e interiorizzare Kill Bill come un’opera scissa in due movimenti complementari ma ontologicamente divergenti, un dittico innervato da una dicotomia schizofrenica: da una parte l’ebbrezza cinetica del massacro, la proliferazione feticistica dei corpi smembrati e delle emorragie cromatiche, la coreografia ipertrofica di katane e le pulsioni fumettistiche che sublimavano la vendetta in una vertigine di astrazione spettacolare prossima alla trance cinefila; dall’altra la deriva elegiaca di un cinema che, dietro la combustione cinefila e la saturazione dei codici di genere, custodiva già un’anima funebre sepolta sotto una liturgia catartica della vendetta.

Ovviamente è impossibile occultare lo stratificato archivio cinefilo di Quentin Tarantino – chanbara, wuxia, exploitation, western all’italiana, anime, melodramma – ma The Whole Bloody Affair (trailer) sembra disarticolare quell’ipercitazione che aveva trasformato Kill Bill “soltanto” in un simulacro definitivo del postmoderno cinematografico. Perché dietro la saturazione iconografica e la deriva feticistica riaffiora progressivamente una malinconia terminale che, attraversando tutto il film, lascia emergere sotto la superficie pulp un movimento elegiaco e funebre. E allora la Sposa (Uma Thurman), lungi dall’essere un solo e semplice feticcio pop della vendetta, si ridefinisce come figura tragica, uno spettro che, immergendosi nella propria personale odissea, insegue e desidera un’impossibile ricomposizione del sé.

È inevitabile comprendere come la scissione di Kill Bill in due volumi rispondesse esclusivamente a una logica produttiva della Miramax. Perché se la natura capitolare del racconto e la stessa proliferazione dei codici di genere predisponevano il film a una circolazione episodica, quasi romanzesca, The Whole Bloody Affair rivela l’imposizione di una serie di raccordi narrativi pensati per traghettare lo spettatore. E così la rivelazione di Bill (David Carradine) sulla figlia creduta morta, che nel dittico operava come cliffhanger tra i due volumi, viene finalmente ricollocata nel punto terminale dell’opera, negando quella asimmetria informativa che trasformava la scoperta in un puro artificio di attesa e riallineando invece la focalizzazione narrativa ed emotiva del film all’orizzonte di Beatrix.

Kill Bill: The Whole Bloody Affair, la recensione a cura di DassCinemag

Se le nuove sequenze – l’espansione della parentesi anime sulle origini di O-Ren Ishii (Lucy Liu) e l’esplosione cromatica della House of Blue Leaves – acuiscono ulteriormente quell’astrazione iconografica che aveva trasformato Kill Bill in un feticcio postmoderno, The Whole Bloody Affair lascia intravedere in filigrana un rapporto ambiguo tra Tarantino e la didascalia hollywoodiana, continuamente sabotata e schizzata fuori asse. Il discorso di Budd (Michael Madsen) – recap funzionale nel Vol. 2 – è così epigrafe di un universo in decomposizione; la rivelazione del vero nome della Sposa – occultato attraverso bip e sottrazione “demoniache” – devia verso un’immagine infantile e irreale; mentre il falò con Bill inscrive l’idea che Beatrix non sia soltanto il prodotto di una violenza subita, ma una soggettività contaminata da quell’universo di morte e distruzione.

E allora la continuità restituita da The Whole Bloody Affair amplifica l’epica dell’opera e dischiude una natura profondamente crepuscolare del cinema tarantiniano, quasi che sotto l’ipercitazione e l’astrazione postmoderna fossero sempre rimasti sepolti il trauma, la perdita e l’impossibilità di sopravvivere alla violenza.

In sala dal 28 maggio al 3 giugno.

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