#AsianFilmFestival19: The Mole Song: Final, la recensione

Alla fine anche il leggendario agente sotto copertura giapponese è tornato in Italia con The Mole Song: Final (trailer) e lo fa sia diegeticamente che extradiegeticamente. Il primo capitolo della saga The Mole Song: Undercover Agent Reiji venne infatti presentato in anteprima al Festival di Roma del 2013: era un nuovo imponente ed attesissimo lavoro di Takashi Miike basato su un famosissimo manga giapponese di cui rispettava l’eccentricità e la carica demenziale. Un film imprevedibile e pieno di inattesi colpi di scena e parentesi comiche irresistibili, un gioco costante fra cinema commerciale, animazione, fumetto e commedia tradizionale giapponese che faceva dell’eccesso e la trasgressione la sua caratteristica principale con una grande disponibilità di mezzi tecnici ed un cast davvero perfetto sul piano della resa recitativa. Una vera delizia per gli amanti dell’eccentrico e del cinema giapponese sempre colorato, violento ma giocoso di Takashi Miike.

La storia (impossibile e demenziale) di un giovane poliziotto giapponese sotto copertura per fermare una delle più potenti famiglie yakuza del giappone si dipana fra personaggi mentalmente instabili e situazioni irresistibilmente idiote, fino ad uno scontro finale degno dei più classici film western americani. Le situazioni filmate con grande fantasia dal regista costringevano lo spettatore a non distogliere mai gli occhi da questa follia per ben due ore e dieci minuti che hanno fatto di questo film fuori dagli schemi una preziosa occasione per divertirsi in un modo diverso ed originale rispetto ai canoni tradizionali del cinema. Dopo la presentazione a Roma, però, il film non trovò nessuno abbastanza coraggioso da metterlo sul nostro mercato.

Nel 2016 sarebbe uscito il seguito The Mole Song 2: Hong Kong Capriccio che univa alle già ampie citazioni agli storici film di Yakuza Papers di Fukasaku Kinji quelle del genere gongfupian di Bruce Lee e del sottogenere hongkonghese Heroic Vloodsheed di John Woo generando un film irripetibile che si concludeva con un massacro capeggiato da una improbabile sicaria dal look sadomaso armata di frusta che lottava a cavallo di una tigre del Bengala. Purtroppo anche questo delirante capitolo non trovo spazio da noi neppure in ambito festivaliero.

Dunque va riconosciuto il merito al 19° Asian Film Festival di aver fatto tornare a Roma l’eroe più improbabile del cinema Yakuza con il suo capitolo finale che inizia sorprendentemente in Sicilia. Se la prima scena del primo film era Reiji nudo e legato ad un’auto che sfrecciava brutalmente fra le vie di Tokyo, questa volta lo troviamo nudo e legato ad una croce posta sulla costa amalfitana con i genitali cosparsi di mascarpone ed il membro protetto solo da una tradizionale testa siciliana a due facce in ceramica. Denudare il protagonista è un elemento ricorrente della comicità della saga di Mole Song e serve per evidenziare la natura improbabile del protagonista sostanzialmente nudo davanti ai pericoli ed alla situazione.

Il film si caratterizza per lo stile unico ed eccentrico del suo regista e regala come sempre infinite citazioni di altre opere secondo la scuola del suo amico americano Quentin Tarantino, con cui gioca da anni fra comparsate reciproche nei film e citazioni dirette nelle opere. Fra i momenti più interessanti c’è una scena di torura che Reiji subisce da parte di una donna miseriosa che cita chiaramente il cult movie assoluto di Miike Audition e che termina con un tentativo maldestro di autoamputazione della lingua da parte del protagonista che cita l’altro cult movie internazionale di Miike, dove però il disturbante gesto riesce in pieno, considerato uno degli yakuza movie più estremi di sempre: Ichi The Killer.

Il film si snoda velocemente con ottimo ritmo e senza alcuna caduta di tensione, le citazioni e le scene surreali servono chiaramente per sopperire una mancanza quasi totale di spessore psicologico che al massimo può essere ritrovato nei significati semiologici delle scene, ricche di simboli complessi e vari riferimenti fra il sacro e profano della cultura orientale e occidentale. Si tratta pur sempre di un blockbuster orientale pienamente godibile dallo spettatore occidentale, perpetuamente sopra le righe ma talmente imprevedibile visibilmente da risultare un’esperienza unica e consigliata.

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