Sotto il sole di Amalfi, la recensione del film su Netflix

A due anni dal film Sotto il sole di Riccione, Netflix decide di portarci sulla costa opposta e di lanciare Sotto il sole di Amalfi (trailer), sequel prevedibile ma poco necessario. Dopo aver assistito al tormentato (ma neanche molto) incontro e innamoramento a Riccione, ritroviamo i giovani Vincenzo (Lorenzo Zurzolo) e Camilla (Ludovica Martino) un anno dopo, al momento delle vacanze estive. I due sono stati costretti a passare l’inverno separati dal momento che la ragazza studia all’estero. Scelgono come meta Amalfi perché lì il padre del ragazzo, interpretato dal produttore del film Andrea Occhipinti, ha una casa che presto scopriamo essere luogo di estati serene prima che lui e la madre di Vincenzo si separassero. Ritroviamo anche la madre del ragazzo, Irene (Isabella Ferrari), che insieme al suo compagno decidono di fare una deviazione dalle proprie vacanze in Sicilia e fermarsi sulla costa napoletana. Irene è una madre piuttosto apprensiva e teme che suo figlio non possa cavarsela senza di lei per via della sua cecità.

Siamo di fronte all’esordio alla regia cinematografica per Martina Pastori, nota finora per i videoclip musicali di moltissimi volti noti del panorama discografico contemporaneo come Ghali, Fedez, Fabri Fibra e Marracash. La stessa scelta era stata fatta per Sotto il solo di Riccione, dove i registi erano il due degli YouNuts!, anche loro videomaker di clip musicali, anche loro all’esordio nei lungometraggi. La regia di Pastori, mostra un’Amalfi da cartolina, splendente di giorno e luccicante di notte, con paesaggi che sembrano ritagliati dalla brochure di un’agenzia di viaggi. Se questa è l’impressione per quanto concerne la parte naturalistica, non si smentisce nemmeno nella parte in cui ritrae il centro storico, dove sembra portarci in un enorme presepe, dove tutti sono allegri e salutano festosamente.


I temi sono molti, a partire da un protagonista con disabilità, la difficoltà di mantenere delle relazioni stabili nel momento in cui tutto intorno a sé è instabile, la gestione di una separazione genitoriale mai digerita, l’inadeguatezza fisica e non solo. Forse è proprio questo il problema del film, i temi sono molti e, come spesso accade quando c’è troppa carne al fuoco, vengono affrontati in modo superficiale, talvolta solo accennati. Tutti i problemi vengono risolti in modo semplicistico, senza soffermarsi mai profondamente sulle cause e senza che questi vengano mai sviscerati davvero. Chi ha visto più di dieci film nella sua vita capirà come finisce dopo non più di cinque minuti, titoli di testa compresi.

È inoltre problematico l’uso che spesso si fa del termine non vedente. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha stabilito che per riferirsi ad una persona con qualunque tipo di disabilità va evitata la formula negativa. Quindi i non vedenti dovrebbero essere chiamati semplicemente ciechi, come rivendica la stessa Comunità dei Ciechi e degli Ipovedenti. Questo perché gli eufemismi celano spesso una paura nel nominare una caratteristica e questa paura induce ad allontanare chi vive una condizione che temiamo. In un film in cui il protagonista è cieco, ci si aspetta un’attenzione più approfondita sulla questione, soprattutto in vista del target a cui il film è rivolto, ovvero i più giovani. È anche da queste sottigliezze che si costruisce una sensibilità sul tema.

Tirando le somme, i novanta minuti di Sotto il sole di Amalfi scivolano senza lasciare quasi nulla dietro di sé. È un film costruito per un pubblico di giovanissimi, che probabilmente davvero lo guarderà, ma noterà inesorabilmente la differenza tra questo prodotto e l’offerta proposta altrove. Sono finiti i tempi in cui era sufficiente una storiella d’amore per far affezionare gli adolescenti: oggi la vasta gamma di prodotti multimediali a cui si è esposti, rende fin da piccoli gli spettatori più consapevoli e con questo anche più esigenti. Insomma, i teen ormai meritano di più.

Sotto il sole di Amalfi è disponibile su Netflix.

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