Porco Rosso: l’eremita che amava l’umanità 30 anni dopo

Porco Rosso, la storia di un eremita e del suo idrovolante

Nonostante l’espressione sprezzante riservata ai bipedi abitanti del pianeta terra, il fu Marco Pagot ama la specie cui è stato strappato via da una maledizione. Porco Rosso (trailer), il film animato di Hayao Miyazaki usciva nelle sale cinematografiche in questo giorno di 30 anni fa. Come in tutte le storie dello Studio Ghibli, si uniscono elementi che costituiscono il filo rosso della casa giapponese: l’importanza dell’amicizia, un tocco di magia, un po’ di guerra qui e lì ed una storia caratterizzata da estrema semplicità e purezza.

Infatti, cosa c’è alla base di questo film se non l’essenzialità più disarmante? Porco vive da solo sulla sua isoletta italiana, unito al resto della società da un idrovolante rosso. Un ex pilota dell’aeronautica diventato un cacciatore di taglie, pronto a vendere i suoi talenti al compratore più generoso. Di veri e propri cattivi non ce ne sono o, meglio, arrivano quando non ci è più dato sapere cosa succede ai personaggi e il sipario si chiude sul loro racconto. Persino i pirati, famigerati ladri e assassini nell’immaginario comune, sono qui poveri disgraziati costretti a chiedere un mutuo per riparare il loro idrovolante o a dover gestire delle temerarie bambine prese in ostaggio.

Porco Rosso è un misantropo che ha a cuore unicamente il suo idrovolante, la sua amica Gina e il suo meccanico, il Signor Piccolo. È così che conosciamo questa figura misteriosa, un umano trasformato in maiale, non si sa né come né perché e secondo Miyazaki non è poi così importante scoprirlo. Sta forse tutta qui la magia dello Studio Ghibli, nel creare storie che hanno il dettagliato aspetto della realtà ma che viaggiano al di sopra di essa, così come Porco si libra sul Mar Mediterraneo. E la particolarità sta nel fatto che non ci vuole molto per crederci: non abbiamo bisogno che i personaggi somiglino a noi, non ci serve che i “mostri” abbiano un aspetto carino per affezionarci a loro, non è necessario vedere le reazioni stupite di coloro che vivono attorno ad un maiale antropomorfo.

Miyazaki ci fornisce una realtà ideale che il nostro desiderio di uguaglianza, accettazione e semplice svago ci permettono di accogliere a braccia aperte. Ancor di più, rende umana la fantasia, proprio perché parte da “semplici” sentimenti e situazioni. Porco ha vissuto la prima guerra mondiale, ne è stato attivo partecipante e il suo esserne testimone lo ha segnato profondamente. Lo ha, in realtà, trasformato in un maiale. Cercare del simbolismo sta più a noi che alla fonte creativa, dato che Miyazaki ha molto in simpatia questo animale (tanto da usarne le fattezze nei suoi autoritratti[1]) e lavora per associazioni immediate (come in La Città Incantata, quando i genitori di Chihiro vengono trasformati dopo aver mangiato in grosse quantità il cibo degli spiriti[2]).

Possiamo quindi dedurre che la trasformazione di Marco in Porco derivi da un commentario sull’essere umano in guerra, nella sua trasformazione in un essere volgare e violento. È d’altronde questo il significato che cela l’animale in Occidente, dove viene associato a sentimenti ed immagini negative (volgarità, avidità, lussuria). Allo stesso tempo però, non riflette in toto la persona che Marco continua ad essere ed era stato nella sue originali vesti. Una persona che amava profondamente l’umanità, la vita stessa, tanto da creare su di sè, involontariamente, una leggenda, la preferita di Fio (l’indomabile meccanica): quella di un uomo tanto buono da aiutare i suoi nemici, quando in difficoltà.

Chissà che la sua trasformazione non derivi proprio da un cuore spezzato? La scoperta che l’oggetto del suo amore fosse anche generatore di molti dei mali del mondo. Porco è un eremita, misantropo, disilluso, senza speranza. Questo è il punto di partenza. Il viaggio che compie e le persone che incontra nel suo percorso sono tutti tasselli da aggiungere alla sua crescita. Come, ad esempio, la splendida Fio, una giovanissima meccanica (di soli diciassette anni) pronta a farsi valere in un mondo di uomini, senza farsi scoraggiare neanche per un secondo, soprattutto quando la realtà la spaventa.

La sua forza ed intelligenza sono ciò che servono per aprire una breccia nel cuore di Porco, quella che poi gli permetterà di aprirsi al cambiamento, al riconoscimento che qualcosa per cui vale la pena vivere e lottare esiste ancora. A ricordarsi che l’umanità da lui tanto amata continua ad esistere, ben nascosta in questa perpetua caccia al tesoro. E proprio quello spiraglio aperto, l’accogliere Fio sulla sua isola per via del “rapimento”, è il momento in cui il suo spazio privato viene invaso dal “nemico”, che lo stana per riportarlo definitivamente fra i viventi, lì dove lo attende la pazientissima Gina.

Il campo d’azione di questo film sta tutto nell’ambito della de-strutturazione: si parte dalla costruzione dell’archetipo (l’eremita, l’americano, l’aiutante, il pirata) per arrivare alla sua scomposizione, mai tragica ed eclatante ma perfettamente organica nell’andamento della storia. L’effetto che questo processo crea è profondamente comico nella sua umanizzazione dei bruti e ridicolizzazione di credenze fuori posto.

Porco Rosso, il trentesimo anniversario del film dello Studio Ghibli

L’americano, Donald Curtis, ci viene presentato come un uomo pieno di ambizione ed estremamente sicuro di sé: afferma che senza dubbio sposerà Madame Gina (e poi Fio), diventerà un attore e, infine, presidente degli Stati Uniti d’America ma nel frattempo è un mercenario. Archetipicamente, un americano vero. Per essere considerato l’uomo supremo e detentore assoluto del cuore di Gina decide di dover sconfiggere Porco. E queste sue caratteristiche si affievoliscono alla fine del film, quando dopo essersi picchiati per bene ed essere comicamente gonfi oltremisura, si riscopre la sua umanità che dà inizio ad una inaspettata amicizia.

Il signor Piccolo ci viene presentato con l’archetipo dell’aiutante, sarà colui che assisterà Porco nel riportare al suo iniziale splendore l’idrovolante. Ma il suo posto lo cede a Fio, la nipotina. Porco non si fida di lei in quanto estremamente giovane e, soprattutto, donna. Non ritiene realistiche le sue capacità. Anche qui, l’archetipo si spezza, forse “creandone” uno nuovo, quello della donna forte e indipendente (non nuovo per il 1992, ma per un indefinito arco di tempo fra il 1918 e il 1939 sì) e lo estende al resto della famiglia di Piccolo. Una quantità esagerata di donne appartenenti alla stessa famiglia è la mano d’opera di cui Porco aveva bisogno, ribaltando il suo ruolo, passando dal machismo animalesco al dover badare al bambino nella culla mentre le altre lavorano.

Come abbiamo accennato prima, i temuti pirati diventano un gruppo di bonaccioni che fanno quello che possono per sopravvivere, piloti di idrovolanti che dopo la guerra preferiscono il bricconaggio ad una vita “onesta”. La ridicolizzazione del loro ruolo arriva da un intento bonario, non necessariamente educativo: più volte risultano essere il comic relief della storia, sottolineando un’accoglienza dell’umanità sfaccettata, più che una critica. Quest’ultima viene riservata solo, come ben sappiamo, ad un preciso orientamento politico (e di vita?), visto che sì, è davvero meglio essere un maiale anziché un fascista.   

A conti fatti Porco Rosso ci porta in un mondo dove le leggi della natura si alterano quanto basta per farci entrare in una realtà così magica da non voler andare via. È la visione speranzosa del mondo attraverso gli occhi di bambine che prendono il rapimento come un gioco, un’avventura da aggiungere a tante altre della vita. Attraverso gli occhi ambiziosi di un americano, quelli nostalgici di Gina, quelli forti e intelligenti di Fio. Quelli di un Porco una volta uomo che amava l’umanità e che si allontana da essa quando non la riconosce più.


[1] Intervista, TCM Hayao Miyazaki, Yoshifumi Kondo Interview with John Lasseter – Porco Rosso, Whisper of the Heart, caricato sul canale YouTube «CloakBass», 26 luglio 2009, https://www.youtube.com/watch?v=e7pK44-TxFw&t=201s.

[2] Miyazaki stesso afferma che non c’era nessun intento politico dietro questa scena ma che si tratta di un’associazione immediata fra il cibo e l’animalesco. Intervista, Hayao Miyazaki in Conversation with Roland Kelts, caricato sul canale YouTube «UC Berkeley Events», 6 luglio 2010, https://www.youtube.com/watch?v=wZWmOYq3fX4&t=3176s.

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