
«Ho smesso di recitare. Sono diventato uno dei più grandi attori al mondo. Ho collaborato con alcuni dei più importanti registi viventi ma ora basta, chiudo la mia carriera, a meno che non debba lanciare quella di mio figlio. In quel caso…». Daniel Day-Lewis avrà pensato qualcosa del genere quando, dopo anni dall’ultima interpretazione, torna a calcare le scene con Anemone (trailer), l’opera prima di Ronan Day-Lewis. Per coloro che se lo stanno chiedendo, no, non sono omonimi, ma parenti, padre e figlio per la precisione. L’ambiziosa opera di quello che per tutti è già un enfant prodige è stata definita la “punta di diamante del concorso Alice nella città”, affermando involontariamente lo scarso livello delle restanti produzioni, vista la mediocrità della suddetta.
Tra le soggettive di qualche albero o di un lichene adagiato su una roccia, la “raffinata” regia di Ronan Day-Lewis porta in scena una storia banale anche per gli anni ’80, con una modalità di racconto più ambiziosa ma fallimentare. Jem (Sean Bean) si reca in un bosco seguendo delle coordinate lasciategli anni prima, lì trova suo fratello Ray (Daniel Day-Lewis) che, da un tempo indefinito, si è trasferito fra i pini secolari cibandosi di scoiattoli, scatolette di tonno e altri alimenti che servono a farci capire la grande assunzione di proteine per poter avere quel fisico a quasi settanta anni. Come se non si fosse capito, Daniel Day-Lewis interpreta un ex militare dal passato oscuro, un uomo rude e forte ma che, sotto quei baffoni bianchi, nasconde un cuore tenero. Originale.
L’incidente scatenante che invoglia Jem a scomodare quell’eremita del fratello riguarda una rissa in cui suo figlio era coinvolto. Ray ha abbandonato anni prima la sua famiglia, e Jem se ne è preso cura. Seguiamo quindi la storyline del figlio tormentato, Brian, che somiglia a Daniel Day-Lewis come Nino Frassica a Brad Pitt, nell’elaborazione di una violenta azione che farebbe invidia ad Hannibal Lecter, ovvero: dare un pugno ad un compagno di classe. L’assenza di suspense in questo film è quasi snervante.

Ronan Day Lewis e Daniel Day Lewis firmano un delirio di egocentrismo che molti definiscono sceneggiatura, probabilmente proposta alla Universal con il titolo “Day-Lewis’s family: a movie”, poi ai piani alti hanno pensato che Anemone fosse più vendibile. Ciò non ha impedito al film di ricevere un budget di undici milioni di dollari, con i quali sarebbe stata diretta bene anche la giornata lavorativa media di una formica, figuriamoci Daniel Day-Lewis che si lancia in una serie infinita di monologhi per oltre due ore. La nota positiva del film è l’esilarante faccia di Sean Bean che assiste a questi discorsi, aspettando di poter pronunciare una delle sue otto battute, senza voler rubare la scena al patrimonio genetico dei Day-Lewis, ovviamente.
Risulta quasi superfluo dire che il film ha un aspetto tecnico dignitoso, vista la cifra messa a disposizione. Una regia potenzialmente interessante che si perde in soluzioni visive ripetitive e glorificazioni a Daniel Day-Lewis che, nella perfetta definizione di “mostro sacro”, viene idolatrato dalla macchina da presa, oscurando ogni suo comprimario, regista compreso. “L’enfant prodige” figlio d’arte ha elaborato una serie di scelte registiche che possono risultare interessanti durante i primi dieci minuti ma che, viste ripetutamente per più di due ore, rischiano di indurre lo spettatore ad uno stato di leggera noia, in alcuni casi sonnolenza. Il film non è privo di picchi tecnici, come una sequenza di montaggio interessante, ma questa si perde in un’alternanza di deliri ripetitivi a glorificazioni noiose. Così se non è il volto di Daniel Day-Lewis ad essere in scena, allora probabilmente starete guardando una ripresa aerea di un bosco (l’ennesima). L’opera “magna” ha in sé anche due scene oniriche, dichiaratamente ispirate al cinema di David Lynch ma che ne dimenticano l’eleganza, lasciando spazio ad un delirio visivo alquanto pacchiano. Quella che oggi viene chiamata “ispirazione a Lynch”, tra qualche anno potrebbe essere semplicemente una sequenza involontariamente comica.
Infine, Anemone risulta un’occasione sprecata. Se solo la famiglia Day-Lewis si fosse rivolta ad uno sceneggiatore, a qualcuno in grado di convogliare la loro megalomania in un progetto interessante, allora forse in quel caso avremmo potuto assistere ad un’opera magari più piccola, ma maggiormente dignitosa. Lo “sguardo della natura” di cui tutti parlano è presente, così come altre piccole intuizioni, ma questo è nulla in un film che ha poco da dire al di fuori del talento di Daniel Day-Lewis. Viene da chiedersi se non fosse stato meglio per Ronan Day-Lewis fare un film slegato dalla figura genitoriale, qualcosa che lasci pensare a lui come un’artista a sé stante e non come un’appendice paterna, ma in quel caso i milioni non sarebbero stati undici. Così tutto assume la forma di un regalo dal padre al figlio e di un elogio dal figlio al padre, tutto è egoriferito, e se ci si dimentica dell’ottima performance del protagonista e di una buona fotografia, ciò che resta è una filastrocca retorica e già sentita, scritta dal padre al figlio e recitata dal figlio al padre… solo che il budget è troppo alto.

