#RomaFF17: Raymond e Ray, la recensione del film di Rodrigo García

Raymond & Ray #RomaFF17

Presentato in concorso nella sezione Progressive Cinema della 17esima edizione della Festa del Cinema di Roma, Raymond e Ray (trailer) di Rodrigo García si concentra su due fratellastri, Raymond (Ewan McGregor) e Ray (Ethan Hawke) che si ritrovano per andare al funerale del padre. Entrambi lo odiano, il loro rapporto con lui è stato sempre travagliato. Si sono sempre sentiti umiliati e mai amati.

Ad accomunarli vi è il sentimento nei confronti della figura paterna e una vita deludente. Raymond ha divorziato due volte e ha un figlio con cui non sembra avere rapporti. Cerca stabilità e tranquillità a causa di una vita segnata da sempre dal caos. Ray è un ex trombettista e tossicodipendente, che quel caos, a cui il fratello cerca di porre un freno, lo ha accettato. Piace alle donne e non disdegna rapporti sessuali occasionali. Il funerale diventa il momento per confrontarsi con il passato ma anche per scoprire cose che ignoravano. Sia sul padre che su se stessi.

Iniziano ad affiorare i ricordi, spesso negativi e più raramente positivi. “Vorrei non avere bei ricordi” dice Ray. Questo perché rischiano di rendere più contraddittorio il rapporto con un padre a cui si attribuiscono tutte le colpe (ad esempio ha smesso di suonare la tromba dopo aver litigato con lui) e a causa del quale il presente sembra essere diventato un tempo bloccato che non offre prospettive. Fondamentale sarà anche l’incontro con due donne: Lucia (Maribel Verdù), ex compagna del padre che si è presa cura di lui durante la malattia che lo ha portato alla morte, e Kiera (Sophie Okonedo), infermiera disposta all’ascolto e a cui Ray racconterà il suo passato e le difficoltà che ha dovuto affrontare.

I due fratellastri, ciascuno a proprio modo, avranno la possibilità di maturare (in fondo sembrano ancora dei ragazzini), scoprire anche che il caos talvolta non è necessariamente negativo, anzi. Forse è un aspetto necessario per ricercare una vera stabilità. E infine si renderanno conto che una persona non può essere mai conosciuta fino in fondo, che essa sarà e apparirà diversa a chiunque incontrerà in quel “meraviglioso viaggio” che è la vita.

Peccato che, nonostante riesca a strappare qualche risata, l’impressione sia quella del già visto, di un viaggio che vorrebbe sorprendere a ogni scena attraverso rivelazioni sempre nuove ma che alla fine finisce per dilungarsi nella ripetizione e nella costruzione di un percorso fin troppo prevedibile. Figlio di Gabriel García Márquez e collaboratore di Alfonso Cuarón e Guillermo del Toro, Rodrigo García non sembra essere ancora pervenuto a uno sguardo personale, in grado di smarcarsi da strutture ormai anche fin troppo consolidate che rischiano di tediare lo spettatore più esigente. Buono per un pomeriggio a casa, meno per il concorso di un festival.

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