#RomaFF17: Alam, la recensione del film di Fïras Khoury

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Presentato nella sezione Progressive Cinema della 17esima edizione della Festa del Cinema di Roma, Alam è l’opera prima di Fïras Khoury, girata in Tunisia ma ambientata in Israele, dove i conflitti tra israeliani e palestinesi non si sono mai sopiti e dove questi che vengono chiamati arabo-israeliani.

Il conflitto è iniziato nel 1948, con la Guerra d’indipendenza, quando venne avviata una pulizia etnica nei confronti dei palestinesi. Un evento tragico che ancora sta facendo sentire i suoi effetti sul presente e di cui fanno le spese soprattutto i giovani. Tamer (Mahmood Bakri) è un liceale che rischia di essere espulso dalla scuola e non ha ancora maturato una coscienza politica. Safwat (Mohammed Abd El Rahman) al contrario ha le idee chiare. Si batte contro le ingiustizie, alcuni suoi familiari sono stati uccisi durante il ’48 e afferma: <<Siamo quello che resta della pulizia etnica>>. Inoltre vuole partecipare a una manifestazione di protesta nel giorno dell’Indipendenza di Israele, che coincide anche con la commemorazione della Nakba (l’esodo della popolazione palestinese). E poi c’è Maysaa (Sereen Khass), che conosce Safwat dalle media, ne condivide le idee e per questo ha un rapporto travagliato con la propria famiglia.

Vivono in una terra dove la libertà non esiste e la verità storica è cancellata, tanto che nelle scuole è issata la bandiera israeliana e viene seguito il programma Bragut, chiaramente filo-israeliano. Quello delineato da Khoury è un coming of age dove però non sono solo l’amore (Tamer si innamorerà ben presto di Maysaa) e l’amicizia ad essere al centro del discorso ma soprattutto il sopraggiungere di una coscienza politica consapevole. Quella stessa coscienza che viene rifiutata dagli adulti che anzi spingono i figli ad ignorare ciò che è accaduto e continua ad accadere, in nome di un atteggiamento apolitico che consente di evitare qualsiasi problema. Così come apolitici sono anche alcuni ragazzi, Shekel (Mohammad Karaki) e Rida (Ahmed Zaghmouri), che passano le loro giornate ad ascoltare musica e fumare erba.

Giovani che guardano anche a culture diversa dalla propria: chi ha bandiere del Liverpool o maglie del Barcellona, o ancora chi segue programmi televisivi americani a tema sessuale. La sensazione è però quella di trovarsi di fronte a uno di quei casi in cui ciò che so vuole dire conta più del modo in cui lo si mette in scena. Alam è un’opera prima e lo sguardo è ancora acerbo: manca ritmo e a tratti si ha l’impressione che il film giri un po’ su se stesso. Soprattutto alcune sequenze sono risolte con scelte alquanto discutibili (si veda l’utilizzo del ralenti) e della coda finale se ne sarebbe fatto volentieri a meno, dal momento che finisce per annacquare una chiusura che sembrava aver trovato un’immagine conclusiva efficace e ambigua.

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