Des hommes

Des Hommes (trailer), presente alla quindicesima edizione della Festa del Cinema di Roma, si apre con un’immagine emblematica, quella di un fuoco che lentamente arde e scoppietta. Immagine emblematica perché rappresentativa dell’intero film: che tarda ad accendersi, diventando estremamente soporifero e, forse, anche privo di alcun senso.

Des hommes di Lucas Belvaux, film drammatico franco-belga selezionato inizialmente per l’edizione del 2020 del Festival di Cannes, parte da un’idea interessante, purtroppo sviluppata in maniera disomogenea, grezza e stantia. L’idea è quella di rappresentare la devastazione di un uomo dopo la guerra, ma non le solite guerre viste e riviste sullo schermo, ma quella in Algeria. Nel farlo decide di non mostrare gli occidentali come i soliti “vincitori”, ma di affrontarne anche le loro innumerevoli pecche al fine di far emergere quanto malata sia la natura umana soprattutto in situazioni estreme come, appunto, la guerra. Tale concetto, che troneggia nella parte centrale del film, è di sicuro un’ottima idea resa anche con una messinscena accattivante. Una rappresentazione che vaga per pensieri e non per vere azioni, per non detti e fuoricampo, per lettere che si concludono in molteplici voice over e punti di vista sia di più personaggi che dello stesso protagonista in duplice veste. Il problema però è che tutto ciò è preceduto da un primo atto, estremamente lungo, che arranca e rende poi tutta l’opera stanca e grottesca, ma in un modo che sembra non avere nulla a che vedere con una qualsiasi voglia valenza estetica.

Des Hommes si apre con il protagonista, Bernard (alias Gérard Depardieu), ormai anziano e totalmente preso dai suoi demoni interiori. Iniziando già da ciò ci sono ben quattro elementi che, nel corso della narrazione, ma anche istantaneamente, stonano. Il primo è la scelta di una recitazione eccessivamente finta, che cerca di ricordare la furia di un animale, ma che sembra solo una mascherata teatrale a tratti eccessivamente sopra le righe e, contemporaneamente, fin troppo smorta. Parlando sempre di messinscena, inoltre, in una delle scene, per far capire lo stato d’animo del protagonista e del narratore (Rabut, cugino di Bernard), si effettua un rallenti, che non solo non appare di buona fattura, ma quasi posticciamente recitato e anche insensato. Se, infatti, avrebbe dovuto aprire, in armonia col voice over, alla seconda parte, quella legata ai ricordi, invece questo rallenti non porta a nulla se non alla continuazione di un’esibizione ormai macchiettistica, che depotenzia il messaggio interessante che invece il film voleva e poteva, in modo diverso, donare.

Il secondo e il terzo punto sono invece legati a un aspetto di coerenza narrativa. Non solo, l’idea interessante di rendere il cugino narratore, ma solo spettatore esterno viene prima seminata, ma poi abbandonata e dimenticata improvvisamente, ma anche il personaggio di Bernard sembra frutto di una penna alquanto bipolare, senza che tale bipolarità sia mai del tutto spiegata. Al suo essere così ferino, brutale e violento, inizialmente si dà una spiegazione caratteriale, non dovuto alla guerra. Tale motivazione, però, sembra sparire, come la questione del narratore-spettatore, in maniera brusca e poco sensata. Da che Bernard era, fin da ragazzo, così perfido da maltrattare gli animali e insultare sul letto di morte una delle sorelle, si trasforma, senza alcun arco. Diventa un animo sensibile (come nella scena con la bambina algerina) e un uomo innamorato, che, però, e qui finalmente ma in ritardo l’arco appare, ha vissuto troppo in guerra, dovendo rimanere troppe volte così passivo fino all’avvento del proprio fatal flaw, che tutt’oggi non può scrollarsi di dosso. Infine, il quarto problema si ha rispetto all’essenziale rapporto tra verbosità e visualità. Se Hitchcock, nella famosa intervista con Truffaut, sottolinea l’importanza del “show, don’t tell”, nel film franco-belga, presentato a Roma col bollino di Cannes, spesso si fa l’esatto opposto e solo raramente si riesce a evocare davvero qualcosa.

Tutto ciò, fa di Des hommes un film che non riesce a comunicare, o meglio lo fa, ma quando è ormai troppo tardi. Dunque, se uno degli scopi del cinema è quello di comunicare, nel suo essere ampollosamente un’ombra stanca, Des hommes è di sicuro un vecchio telefono, non moderno, ma anche senza fili, senza tasti e anche senza alcun “gusto vintage”.

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