#Venezia79: Riget Exodus, la recensione della serie di Lars Von Trier

Riget exodus recensione

Finalmente le porte del Regno si sono aperte, dopo 22 anni dal primo capitolo, fuori concorso alla Mostra del Cinema di Venezia. La promessa dell’apertura delle porte occulte che fondono il male diabolico e paranormale del medioevo con la brutalità nascosta nella scienza e nella medicina della contemporaneità fa da incipit ad un’imponente e grottesca opera danese nota in Italia come come The Kingdom – Il Regno. La serie è diventata culto fin dal 1994 con un primo capitolo di quattro ore ed un secondo di cinque ed ha raccolto un pubblico trasversale a metà fra arthouse e crossover, quello stesso che ha portato al successo esperimenti televisivi come Twin Peaks e Neon Genesis Evangelion.

Da 22 anni un folto numero di spettatori nel mondo aspettava che la storia dell’antico ospedale danese chiamato “Il Regno” giungesse al suo epilogo, ma dopo la revoca del terzo capitolo avvenuta decenni fa sembrava vana ogni speranza di veder finita la saga di Lars Von Trier, soprattutto a causa delle notizie relative alla morte di quasi tutti i principali protagonisti. Invece l’anarchico autore danese è riuscito nel miracolo, portando finalmente a termine la sua imponente avventura con 5 ore ben amalgamate e ritmate, un cast di alta qualità ed un racconto intelligente e provocatorio, che riprende i fili lasciati tranciati da più di vent’anni componendo un racconto fresco ed una storia gradevole.

Alla fine delle riprese di questo Riget Exodus il regista danese ha cominciato ad avvertire dei gravi disturbi neurologici inizialmente attribuiti allo stress per un progetto così complesso, purtroppo a poche settimane dall’uscita del film alla Mostra del Cinema di Venezia i medici hanno diagnosticato al regista il morbo di Parkinson. Comincia così la proiezione del terzo Riget , con una videolettera del regista straziato dai tremori della malattia, che saluta l’Italia ed il suo Cinema citando i suoi grandi maestri da Rossellini e Pasolini fino a Ferreri e Leone ed inserendo come unica presenza esterna alla regia quella di Ennio Morricone. Un elenco che come spesso capita con le dichiarazioni di Von Trier nasconde forse una chiave di lettura del film, la cui colonna sonora cita spesso Morricone e che regala una scena tributo al capolavoro di Sergio Leone C’era una volta in America, ricreando a modo proprio la camera dei fumatori di oppio nelle segrete dell’ospedale.

Addentrandoci di più nella serie, una donna affetta da sonnambulismo, in grado di connettersi con il mondo degli spiriti in stato di sonno sta guardando contrariata in tv il finale della seconda stagione di Riget – Il Regno di Lars Von Trier. Irritata per la mancanza di un vero finale decide di andare a dormire, si alza poco dopo in stato di sonnambulismo e arriva fino all’ospedale in cui hanno girato i due capitoli della saga. Entra nell’edificio e le immagini passano da 70 mm ad un canonico 16/9 televisivo, la fotografia dai toni brillanti si trasforma in un seppia degradato e la qualità dell’immagine si sgrana d’improvviso diventando un vecchio digitale economico degli anni ’90: le porte del Regno di sono aperte per la spettatrice sonnambula e per tutti noi che con lei siamo tornati nel cuore del male.

L’ambientazione ospedaliera è da sempre un topos delle serie televisive e se Peyton Place, soap opera ambientata in una piccola città, rappresenta l’inizio di un filone che vede in Beautifull il suo più lontano ipertesto ed in Twin Peaks la sua nemesi più creativa, allora per il sottogenere che ci ha portato a E.R. Medici in prima linea o Grey’s Anatomy dobbiamo guardare alla longeva General Hospital ma ancora di più alla serie culto A cuore aperto citata ripetutamente dalla saga di Lars Von Trier. A cuore aperto fu una serie molto fortunata che si chiuse con la rivelazione che l’ospedale non era altro che un modellino dentro ad una palla di vetro che un bambino agitava prima di andare a dormire, tutte le storie narrate nella serie erano invenzioni di quel bambino. Allo stesso modo in Riget Exodus scopriamo l’esistenza di una palla di vetro con il modellino dell’ospedale conficcata nel cuore gigante di una creatura metafisica fusa nelle mura del Regno, che vive tanto nel mondo dei sogni quanto in quello reale.

Le cinque ore di Riget Exodus si snodano così in eterno bilico fra la finzione di una serie tv divenuta sogno di una sonnambula ed il sogno di una creatura metafisica che esiste solo in un altro mondo ed in un altro tempo. L’intera struttura del racconto è sostanzialmente il sogno di un sognatore sognato da una sonnambula e questa è forse la parte più chiara degli enigmi che il regista lancia al suo pubblico per l’ultima volta. Lars Von Trier realizza un capolavoro grottesco fra fantasy ed horror invaso da metamorfosi, demoni, spiriti e medici ciarlatani, logge massoniche e baroni demenziali del poter scientifico, che diverte lo spettatore e lo invita a riflettere su metafore raffinate e provocatorie. Una serie ricca di citazioni che vanno da Rossellini a Leone fino a Bergman e Dreyer e che conferma il regista danese, al di là del bene o del male, come una delle firme più originali e trasgressive del nostro tempo.

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