
«Tu fammi solo un esempio di una che conosciamo alla quale è andata bene.» «Vuoi un esempio? Vuoi che ti faccia un nome? […]Quella granculo di Cenerentola!»
Pretty Woman, a 36 anni dall’uscita, è ancora capace di farci sognare, di farci credere che sì, il “vissero per sempre felici e contenti” è possibile, anche quando le premesse non lasciano ben sperare. Commedia sentimentale per eccellenza, vanta diversi riconoscimenti, tra cui il Golden Globe assegnato nel 1991 a una splendida Julia Roberts per il suo primo ruolo di rilievo.
Ma qual è l’ingrediente segreto di questo film? Cos’è che ancora oggi lo rende il baluardo degli instancabili sognatori? Sarà forse il sorriso di quella ragazza dai leonini capelli rossi, forse lo charme senza tempo di Richard Gere o magari quella colonna sonora che, grazie a un mix di melodie allegre e scanzonate e struggenti confessioni in puro stile anni ’80, lo rende immediatamente riconoscibile.
C’è qualcos’altro. Tutti abbiamo letto fiabe e tutti abbiamo sognato di diventarne protagonisti, ma più si va avanti e più ci si convince che no, certe volte il lieto fine non è previsto. Pretty woman, invece, ci mostra che anche nei contesti più squallidi è lecito sognare e che, perché no, quei sogni potrebbero anche diventare realtà. Il film di Garry Marshall altro non è che una fiaba calata nell’epoca moderna ed è questo semplice espediente che ci conquista.
Come suggerito dal paragone individuato dalla sua migliore amica Kit (Laura San Giacomo), Vivian, la protagonista, altri non è che una moderna Cenerentola. Cenerentola oggi è una prostituta e sogna il suo principe, anche se è proprio l’inseguimento di principi sbagliati che l’ha trascinata nella sua situazione. Il nostro cavaliere, Edward, non arriva su un cavallo bianco, ma su una macchina sportiva nuova di zecca (di cui, per la verità, è la principessa l’esperta). Il suddetto eroe non sembra molto senza macchia e senza paura, anzi, è un uomo arido, spietato negli affari e, soprattutto, solo. Anche il concierge (Héctor Elizondo) del lussuosissimo hotel dove alloggiano i due protagonisti non è esattamente convenzionale nel suo ruolo di fata madrina. Eppure, è anche grazie a lui che si assiste alla trasformazione di Vivian: la donna lascia vestiti succinti e tacchi vertiginosi per meravigliosi e costosissimi abiti da sera. E, ammettiamolo, tutti abbiamo avuto la stessa reazione di Edward vedendo la Roberts in quel meraviglioso vestito nero.

Verso la metà del film, i due protagonisti vanno a teatro. La scelta dell’opera a cui assistono non è casuale: alternate a primi piani di una Vivian sempre più commossa, vediamo delle scene tratte da La traviata. Vivian, infatti, pur non capendo le parole, ha intuito che la storia di Violetta è molto simile alla sua e, forse, sa che anche per lei il sogno di amore e redenzione non può finire bene.
Interessante nella nostra storia è, inoltre, la figura dell’antagonista. Perché si sa, in ogni fiaba che si rispetti deve esserci un cattivo che rompa gli equilibri. Ma in questo caso, l’antagonista sembra essere la società stessa, il mondo nel quale le fiabe sono solo racconti per bambini. Per Cenerentola arriva la mezzanotte, lei torna a essere la prostituta di cui disporre a piacimento. L’incantesimo si è spezzato, anzi no, forse è l’illusione dell’incantesimo ad essersi spezzata. Perché quando a Vivian viene ricordato «tu non sei la mogliettina, sei una puttana», lei capisce di non voler essere solo una prostituta, ma nemmeno qualcuno da salvare e basta.
Vivian ha conosciuto un altro modo di vivere, si è scoperta in diritto di coltivare ambizioni e sogni e adesso vuole tutto, ma soprattutto vuole amore, vuole la favola, come dice lei stessa, anche se si rende conto che questo vuol dire lasciarsi alle spalle l’uomo che le ha fatto comprendere tutto ciò.
Così il film sembra essere sul punto di terminare con quel retrogusto dolceamaro che hanno i sacrifici che aprono nuove porte. Vivian, tornerà a studiare e costruirà una nuova vita e Edward tornerà ai suoi affari, anche se con uno sguardo diverso. Ma è proprio a questo punto che torna la fiaba, la magia della speranza più improbabile che si avvera. E dobbiamo ringraziare nuovamente il nostro aiutante, il concierge/fata madrina, che aiuta Edward a capire a cosa sta rinunciando.
Arriva così l’indimenticabile finale e il nostro cavaliere, con tanto di rosa rossa alla mano, dopo aver raggiunto la casa della principessa, scala la torre (in realtà una scala antincendio, ma ci accontentiamo) e salva la sua bella. La scena è accompagnata da una melodia che abbiamo già ascoltato in precedenza. Si tratta di un passaggio della traviata: è il celebre Amami Alfredo, picco emotivo di tutta l’opera. Vivian è sì una moderna Violetta, ma a lei è concesso di assaporare la seconda occasione che la vita le offre.
Il finale perfetto. Ancora una volta il film è riuscito a riattualizzare la classica struttura della fiaba, anche se, a questo punto, la sovverte. La principessa moderna non può essere solo l’oggetto del salvataggio e i cavalieri senza macchia e senza paura non esistono. In Pretty Woman, anche il principe ha bisogno di aiuto. Grazie a Vivian, Edward riscopre il valore degli aspetti genuini della vita, come una passeggiata a piedi nudi sull’erba. Dopotutto, vi siete mai chiesti che cosa c’è dopo il lieto fine? Cosa succede dopo che lui ha scalato la torre e salvato lei? La risposta naturalmente è: «Che lei salva lui».

