
Dopo un 2024 incredibile, segnato dal successo di Challengers e Queer, Luca Guadagnino torna a percorrere il red carpet del Lido presentando fuori concorso alla Mostra del Cinema di Venezia il suo ultimo e già polarizzante dramma, After the Hunt (trailer).
Alma (Julia Roberts), una professoressa all’Università di Yale che da anni ambisce alla cattedra di Filosofia, si trova davanti a una situazione eticamente e politicamente complicata. Il collega e amico Hank (Andrew Garfield), anche lui in corsa per la cattedra, viene accusato di molestie da Maggie (Ayo Edebiri), studentessa preferita di Alma, il cui affetto è ricambiato da un’adorazione smisurata.
Qualcuno nell’iniziale ambiguità della trama vede la grande rivalsa della virilità contro il #MeToo, ma è in realtà molto difficile empatizzare con gli uomini di After the Hunt o credere al fatto che siano validi rappresentanti dei good ones. Hank e il marito di Alma, Fred (Michael Stuhlbarg), sono uomini che mettono le scarpe sul divano, ascoltano musica a tutto volume, strillano e tirano pugni ai muri. Insistenti, irritanti e soprattutto ingombranti.
Certo è che nel film non compaiono, per fortuna, neanche donne angelicate. Maggie, afrodiscendente, lesbica e sottomessa al professore, parrebbe la vittima perfetta. Ma per usare le parole di Hank, che sicuramente non aiutano la sua causa e che stimolano una riflessione sulla violenza delle parolacce indeclinabili al maschile, è una «little fuckin’ bitch». Ricchissima, pigra e accademicamente disonesta, Maggie non aspetta anni per denunciare, usa subito il linguaggio appropriato: è stata molestata, e non c’è bisogno di scendere nei dettagli, perché deve bastare il fatto che sia stato oltrepassato il confine invalicabile del suo «no». Il rapporto con Alma, che non dimostra subito l’incondizionata solidarietà che ci si aspetta da una donna che si batte per le altre donne nell’ambiente universitario, è secondo lei segnato da un «gap femminista generazionale». A turno, tendono e ritirano le mani verso l’altra, arrivando a tessere un paradosso di Ulisse (pensiero di Hannah Arendt, citato nel film, che Adriana Cavarero aveva rielaborato in chiave femminista) in cui Alma è l’eroe e Maggie l’aedo, non lasciando però spazio a una vera e propria catarsi fino all’ultima scena.

Cosa succede quando una persona che ami ti costringe a vederla sotto un’altra luce? Quando ferisce un’altra donna e quando poi ferisce te, quando calpesta e viola la tua dignità? Prevale l’amore, il desiderio di non vedere questo dolorosissimo tradimento, o il senso di ingiustizia? La dimensione individuale dell’emotività schiaccia qualunque teoria filosofica universale che può essere proposta in un’aula universitaria, arriva a incrinare l’oggettiva realtà e a frantumare qualunque bussola morale sulla quale si credeva di poter fare affidamento. Niente possono il Panopticon di Foucault e la falsità del tutto teorizzata da Adorno, «Possiamo smettere di essere intelligenti per un secondo?», Maggie implora Alma.
Scritto impeccabilmente da Nora Garrett, reso forte da un cast eccezionale (anche se forse dal talento di Edebiri si poteva chiedere di più), After the Hunt è un ottimo film che indaga il topos del potere in pieno stile Guadagnino. Abbandona invece quello del desiderio per lasciare spazio a questioni sul consenso, sul concetto di libera scelta, sulle politiche di identità e sull’etica della virtù. Può deludere solo chi, viste le premesse e le maliziose citazioni a Woody Allen, si aspettava un banale manifesto anti-woke.

