La maledizione del forziere fantasma: un patchwork di leggende marinaresche

La maledizione del forziere fantasma, approfondimento vent’anni dalla prima DassCinemag

Vent’anni fa Johnny Depp tornava a indossare il cappello e gli stivali di Jack Sparrow, o meglio, del capitan Jack Sparrow che avevamo lasciato, nel primo film, al timone della sua nave finalmente riconquistata. Le nuove avventure del bucaniere gentiluomo, però, non si presentano meno rocambolesche: dopo un oscuro avvertimento, un vecchio debito bussa alla porta, non con una mano, ma con una chela. Sebbene possa spiccare di meno tra tutti i film della saga, La maledizione del forziere fantasma (trailer), oltre a vantare un cast eccezionale, offre degli spunti molto interessanti. Se già nel primo film erano evidenti i riferimenti a L’isola del tesoro di Stevenson, il secondo capitolo si presenta come un vero e proprio collage di miti e leggende legati al mare. Ma andiamo con ordine.

L’OLANDESE VOLANTE

La terribile nave fantasma che lacera la superficie dell’oceano risalendo dagli abissi è una costante di tutto il film: quello dell’Olandese volante è uno dei più celebri miti della tradizione marinaresca. Secondo la leggenda, la nave affondò nel XVII secolo a causa della tracotanza dell’espertissimo, ma testardo, capitano olandese che, volendo sfidare una tempesta, condannò tutta la sua ciurma. Per questo fu costretto a errare per mare in eterno, portando sciagura a ogni imbarcazione trovatasi sul suo cammino. Il leggendario vascello fu ripreso da svariati autori, tra cui Richard Wagner. Nel film, l’Olandese viene rappresentata come un relitto, il legno marcio, le vele strappate, eppure capace di continuare a solcare i mari e le sue subitanee apparizioni creano un effetto molto suggestivo.

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DAVY JONES

«Temi tu la morte?»

All’interno del film di Gore Verbinski, il temuto vascello fantasma è indissolubilmente legato alla fama del suo terribile capitano. Il nome di Davy Jones, però, terrorizzava i marinai già molto tempo prima dell’uscita della saga. Si comincia a parlare di lui nel XVI secolo, anche se non è chiara l’origine della leggenda: alcuni ritengono sia stata ispirata da un uomo esistito realmente, altri pensano che Davy Jones fosse uno dei numerosi nomi di Satana. È certo che, per i marinai, fosse un demone responsabile delle numerose tragedie che avvenivano in mare. “Lo scrigno di Davy Jones” (nel film vero e proprio forziere contenente il cuore pulsante del capitano e, contemporaneamente, ambiente senza tempo né spazio in cui Jack sarà imprigionato) era un’espressione che indicava il fondo dell’oceano e “essere mandati nello scrigno di Davy Jones” significava aver trovato la morte in mare.

Nella saga, il mito di questo demone si intreccia a quello di un’altra figura celeberrima: Caronte, il traghettatore infernale della mitologia greca e latina, ripreso da Dante nell’ Inferno. Nel film, in cambio dell’immortalità, infatti, a Davy Jones era stato ordinato di trasportare le anime dei morti in mare nell’ aldilà e, proprio per essere venuto meno a questo compito, è stato maledetto. Ne La maledizione del forziere fantasma, il terribile spettro è interpretato da Bill Nighy e ha l’aspetto di un essere metà uomo e metà pesce. Gamba di legno, una grossa chela al posto della mano, una testa di piovra, con i tentacoli a simulare una barba fluente: un esempio di character design perfetto con il quale si è riusciti a dare un volto credibile a un demone leggendario. Ogni piccolo dettaglio contribuisce alla creazione di un villain iconico, autorevole ma con aspetti buffi, dai tentacoli che si muovono a ogni singola emozione (un capolavoro della CGI), capaci anche di suonare l’organo, al suo animo devastato dalla delusione di un amore.

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IL KRAKEN

Sono poche le storie di marinai che non suscitano terrore. Quella del Kraken, sicuramente non rientra tra queste: il racconto di un’enorme piovra che stritola le imbarcazioni e risucchia i volti degli uomini con le sue ventose non fa dormire sogni tranquilli. Da secoli questo terribile mostro infesta l’immaginazione di chiunque solchi il mare. Pare che il primo ad aver parlato di una creatura simile sia stato Plinio il Vecchio descrivendo un polpo gigante situato nei pressi di Gibilterra. In seguito, questa figura è comparsa in moltissimi racconti, tra cui Les travailleurs de la mer di Victor Hugo e Ventimila leghe sotto i mari di Jules Verne. Inoltre, esistono numerosi resoconti redatti nel corso dei secoli che narrano di imbarcazioni attaccate da immense piovre. “Kraken” è una parola norvegese, ma la sua etimologia non è certa (del resto anche i nostri pirati non sono concordi sulla sua pronuncia).

Probabilmente il mito è nato grazie ai ritrovamenti di brandelli di capodogli spiaggiati o di calamari giganti (specie sconosciuta fino al XIX secolo). Per portare in vita il mostro sullo schermo, si aveva molto materiale iconografico a disposizione: incisioni, dipinti che mostravano aggressioni alle imbarcazioni, illustrazioni del romanzo di Verne. Sembra che l’inchiostro di queste immagini abbia preso vita all’interno del film grazie a una combinazione di spettacolari effetti visivi, realizzati materialmente sul set e al computer in post-produzione. Qui, però, la creatura diventa ancora più inquietante perché non la vediamo mai per intero: all’inizio è un’enorme ombra sotto la superficie dell’acqua, poi vediamo i mastodontici tentacoli nella loro opera di distruzione, e, infine, la bocca putrida costellata di denti, simile alla porta dell’inferno.

Tra gli altri riferimenti presenti all’interno del film possiamo citare la “macchia nera”, l’avvertimento ricevuto da Jack, diventato così unica preda del Kraken.  Anche questo elemento è stato preso in prestito da L’isola del tesoro: i pirati ricevevano la macchia nera come segno che sarebbero stati uccisi.

MA QUINDI NON HANNO INVENTATO NULLA?

Beh, no. Eppure, la forza della sceneggiatura di Ted Elliot e Terry Rossio sta proprio nell’essere riusciti a fondere miti e leggende del mare in unico film, anzi praticamente in unico personaggio, e creare un mondo perfettamente coerente e riconoscibile. L’idea di mettere un demone leggendario a capo della nave fantasma più celebre della tradizione e di porre al suo servizio un mostro mitologico è risultata decisamente vincente anche grazie alle operazioni di design del personaggio e agli effetti visivi che sono valsi un Oscar al film. La fusione di più elementi ha creato un universo iconico capace di coinvolgere un pubblico estraneo alla mitologia del mare, ma mantenendo intatte quelle atmosfere nate dai racconti di avventura, onore, coraggio e, soprattutto, libertà che, grazie al film, continuano a sopravvivere dopo secoli nell’immaginario collettivo.


FONTI

G. Costa, Leggende e fantasmi del mare, Mursia, 1 ottobre 2003

Treccani, voce Caronte (https://www.treccani.it/enciclopedia/caronte/)

R. L. Stevenson, L’isola del tesoro, Feltrinelli, 4 giugno 2014

Redazione Esquire, Davy Jones, il signore degli spiriti maligni del mare, su Esquire, 31/10/2022 (https://www.esquire.com/it/cultura/film/a41750238/davy-jones-storia-signore-del-mare/)

Pirates Of The Caribbean Dead Man’s Chest Behind The Scenes, Collider Behind the Scenes su Youtube (https://www.youtube.com/watch?v=gPJqYBJUEkU)

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