Due Procuratori, la recensione: tra le sbarre kafkiane

Due Procuratori recensione film Dass Cinemag

Gelido: la sensazione costante che si prova di fronte allo schermo guardando Due Procuratori (trailer) di Sergei Loznitsa, presentato in concorso al 78° Festival di Cannes. Un gelo profondo e tagliente, che, irrimediabilmente, ci rende inermi e impotenti, come irrigiditi di fronte al terrore politico che pervade incessantemente tutta l’opera.

1937, URSS. Al giovane procuratore Aleksandr Korneev (Aleksandr Kuznecov) viene recapitata una lettera da parte dell’anziano prigioniero politico e suo ex professore Stepnjak (Aleksandr Filippenko). Dopo aver subito innumerevoli torture, il prigioniero, in uno stato di salute precaria, chiede al procuratore di cercare di mettere in luce il suo caso e quello degli altri detenuti. Korneev partirà per Mosca per illustrare l’agghiacciante situazione al suo superiore, il procuratore generale Vyšinskij (Anatolij Belyj).

Sin dalle prime inquadrature, Loznitsa gioca con il tempo: dilata la lunghezza delle scene e ci costringe a guardare, ascoltare, subire le stesse torture psicologiche inflitte al nostro protagonista. L’opera vive di visto e non visto, di detto e non detto. Per tutto il tempo ci vengono scagliate addosso immagini costruite sull’antitesi tra apparenza e intenzione (subdoli uomini che fingono di aiutare Korneev), che assumono irrimediabilmente i connotati di un grande gioco di potere. Korneev è tutto tranne che un nemico dello Stato, eppure, all’interno del gulag e poi, successivamente, per le strade di Mosca, diventa una figura anomala, controcorrente, pronta a mettere a repentaglio i segreti inconfessabili delle purghe staliniane. Ma, in realtà, non è nient’altro che un piccolo ingranaggio di un grande sistema: un ingranaggio ora arrugginito, che compromette l’imponente macchina dell’Unione Sovietica.

Due procuratori, recensione

Analizzando meglio proprio questo gioco di potere, di eccesso, di onorabilità dei ruoli, possiamo dividere in due gruppi le personalità all’interno del film. Da una parte troviamo i membri del NKDV (l’agenzia di applicazione della legge sovietica), che ludono implacabilmente la figura di Korneev, schernendola e neutralizzandola dall’interno. Dall’altra troviamo, appunto, il giovane procuratore e i prigionieri del gulag, che subiscono la ripugnante violenza dello Stato, sia fisica che psicologica. Ecco che ci viene presentato un fulgido esempio di dominazione di ruolo: il potere si accanisce su chi non lo possiede, portandolo definitivamente alla soggiogazione. Tutta l’opera è permeata da questo senso di impotenza da parte di Korneev, costretto a vagare in un mondo asfittico dove ogni gesto viene controllato, dove non c’è possibilità di elevarsi né di contrastare il potere. E quindi la vita diventa un continuo districarsi in punta di piedi, in un mondo di serpi, sperando di non essere morsi.

Loznitsa gioca con delle inquadrature fisse, eleganti, che scrutano i movimenti contratti del nostro protagonista, bloccato in un deforme incubo kafkiano. Nelle scene ambientate nel gulag di Brjansk è ingegnoso l’utilizzo della macchina da presa, che spesso viene posta dietro le innumerevoli sbarre di quel piccolo inferno, creando un senso di asfissiante oppressione e facendoci sentire umili vittime di una disperata contingenza. La scenografia gioca molto con gli spazi vuoti del carcere: meravigliose sono le inquadrature dei lunghi corridoi, che aumentano la tensione visiva quasi labirintica dell’opera. Lodevoli, nel complesso, sono le interpretazioni, soprattutto quella di Aleksandr Kuznecov, che riesce in maniera impeccabile a plasmare il personaggio di Korneev con performance calibrata, che vive di linguaggio del corpo e, soprattutto, di micro espressioni.

Come affermato dal regista nell’intervista a Cinematografo, l’opera «è un film sulla giustizia e su quello che accade in una società dove questo non è possibile». Ecco che il cinema diventa ancora una volta specchio politico sul mondo odierno: metafora ineluttabile per spiegare l’orrida privazione di diritti umani, con riferimento palese all’attuale Russia di Putin, ma, volendo, anche alla situazione dei detenuti palestinesi nelle carceri israeliane. Lo fa non solo parlandoci della morte delle libertà nei regimi totalitari (quello staliniano), ma anche ponendo l’esperienza umana al centro di un asfissiante gioco di potere, per narrare consapevolmente un meraviglioso incubo kafkiano dietro le sbarre di una prigione infinita.

In sala.

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