
Monster: The Ed Gein Story, distribuita su Netflix il 3 ottobre 2025, rappresenta il terzo capitolo dell’antologia ideata da Ryan Murphy e Ian Brennan, dedicata alle figure più controverse della cronaca nera statunitense. Prodotta da Netflix in collaborazione con la Ryan Murphy Productions, la stagione è diretta da Max Winkler e Ian Brennan. Con Charlie Hunnam nei panni di Ed Gein, la serie si propone di indagare l’immaginario culturale e mediatico che ha trasformato il “macellaio di Plainfield” in un simbolo dell’orrore americano.
Dopo aver esplorato la psicologia deviante e la dimensione voyeuristica della società americana con Monster: The Jeffrey Dahmer Story (2022) e aver analizzato le dinamiche familiari e mediatiche del caso Menéndez nella seconda stagione, la serie antologica di Ryan Murphy e Ian Brennan volge ora lo sguardo verso una figura più remota, ma fondativa nell’immaginario del crimine statunitense: Ed Gein. Se Dahmer e i fratelli Menéndez rappresentavano rispettivamente la deriva del desiderio e la ribellione domestica, Gein incarna l’origine del “mostro moderno”, un archetipo che ha influenzato decenni di narrazioni horror e criminologiche.
Ambientata tra la fine degli anni Quaranta e la metà dei Cinquanta nel Wisconsin rurale, la serie adotta un registro narrativo che mescola ricostruzione storica e introspezione psicologica, evitando la linearità del true crime tradizionale. Gli autori hanno deciso di non concentrarsi tanto sulla sequenza dei delitti, quanto sulla progressiva deformazione dell’identità di Gein, presentato come prodotto di un contesto sociale segnato dall’isolamento, dalla religiosità ossessiva e da una cultura patriarcale repressiva, all’interno della quale la figura della madre emerge come principio autoritario e distorto del sacro, una presenza totalizzante che modella la psiche del protagonista fino a cancellarne ogni autonomia emotiva e morale.
Parallelamente, la messa in scena riflette sulla mediazione culturale del crimine, mostrando come giornalisti, autorità e cittadini contribuiscano alla trasformazione di Gein in una leggenda dell’orrore. Le immagini della serie dialogano costantemente con l’immaginario cinematografico e giornalistico che, dagli anni Cinquanta in poi, ha fatto del “mostro di Plainfield” una figura paradigmatica: un volto tanto reale quanto costruito, che il pubblico impara a temere e desiderare insieme. L’immagine di Gein, filtrata da film iconici come Psycho, The Texas Chainsaw Massacre e Il silenzio degli innocenti, diventa il punto di partenza per una riflessione più ampia sulla costruzione mediatica del male e sul ruolo dell’intrattenimento nel perpetuare un’estetica della violenza.

Dal punto di vista interpretativo, la serie si regge in gran parte sulla performance magnetica di Charlie Hunnam, che abbandona i toni eroici dei ruoli precedenti per restituire un Ed Gein fragile, ambiguo e disturbante. La sua interpretazione evita la caricatura e si muove sul confine tra pietà e terrore, rendendo credibile un personaggio che il mito aveva ridotto a pura mostruosità. L’attore offre una performance che va ben oltre la mera impersonificazione. È una vera e propria discesa nella psiche oscura e travagliata di Ed Gein, che trasmette inquietudine, empatia e una tensione costante. A colpire di più è la sua capacità di restituire un personaggio in bilico fra mostruosità e vulnerabilità: non un mostro puro ma un uomo segnato – dall’isolamento, dai traumi, dalla follia. Hunnam non cerca di edulcorare il male, ma, al contrario, ne illumina le ragioni profonde mostrando che dietro l’orrore c’è sempre un tessuto umano fatto di ossessioni, ferite e silenzi.
Accanto a lui, Laurie Metcalf offre una prova intensa nel ruolo della madre, incarnando il fanatismo religioso e il potere coercitivo del controllo familiare, mentre Suzanna Son, nei panni di Adeline Watkins, restituisce una femminilità fragile ma intrisa di curiosità verso il lato oscuro della provincia, fungendo da contrappunto empatico alla solitudine del protagonista. Tyler Jacob Moore, nel ruolo dello sceriffo Schley, rappresenta invece la voce della legge e della moralità pubblica, ma la sua interpretazione suggerisce un’autorità ambigua, incapace di distinguere pienamente tra giustizia e ossessione. Nel complesso, l’intero cast contribuisce con rigore e misura alla costruzione di un universo narrativo coeso, dove ogni figura, anche marginale, partecipa alla tensione morale e psicologica che attraversa la serie.
Questo terzo capitolo si distingue per la regia misurata e contemplativa di Murphy e Brennan, che costruiscono una grammatica visiva più vicina al dramma psicologico che al true crime convenzionale. Il ritmo narrativo procede con lentezza calcolata, rifiutando la logica del climax per privilegiare un crescendo psicologico: ogni silenzio, ogni gesto apparentemente banale diventa indizio di un trauma collettivo. La fotografia, curata da Jason McCormick, adotta una palette cromatica desaturata, dominata da toni terrosi e grigi, evocando la claustrofobia di una provincia americana spenta, dove la luce naturale diventa metafora della verità che fatica a emergere. L’uso della violenza nella serie ha un forte impatto simbolico: raramente mostrata in modo esplicito, essa viene suggerita attraverso gli oggetti, gli spazi e le reazioni emotive dei personaggi.
In conclusione, Monster: The Ed Gein Story si afferma come un capitolo maturo dell’antologia di Murphy e Brennan, capace di coniugare rigore estetico e profondità tematica. Lungi dal limitarsi alla cronaca del crimine, la serie elabora una riflessione sulla memoria culturale dell’orrore e sul bisogno collettivo di dare forma narrativa al male per comprenderlo. Attraverso un linguaggio visivo corposo e una recitazione persuasiva, Monster invita lo spettatore a un confronto interiore più che a una reazione emotiva immediata, suggerendo che il vero terrore non risiede tanto nei gesti di Gein quanto nello sguardo che la società continua a rivolgergli. È in questa tensione, sospesa tra empatia e giudizio, che la serie trova la sua più alta espressione artistica.

