
Passeggiano, riflettono, osservano.
«Chi sono?» Vi chiederemmo. «Esseri umani», rispondereste voi.
E se vi dicessimo che passeggiano, sì, ma su un tappeto rosso, sotto le luci di giganteschi riflettori, mentre milioni di occhi si posano solo ed unicamente su di loro? Sono delle star, direste – giustamente – voi. Come biasimarvi, come darvi torto. D’altronde è proprio così che abbiamo imparato a riconoscerle, le star del cinema: creature intoccabili e sovrannaturali, vestite di lustrini e sorrisi smaglianti, figlie di una vita che sembra disconoscere privazioni e tormenti. Le ammiriamo, mentre con un timido gesto della mano ci salutano da lontano e ci ringraziano, per l’affetto che dimostriamo loro, dicono. E a noi basta questo per fantasticare su giornate trascorse tra un ciak e l’altro, tra cene galanti e viaggi in prima classe, tra gioielli costosissimi e coppe di Martini sorseggiate dal bordo di una piscina. Eppure, frattanto che la nostra mente vaga, ammaliata dai nostri stessi – distorti – pensieri, si dimentica che quelle famigerate star sono, prima di tutto, degli esseri umani. Quegli esseri umani che passeggiano, che riflettono, che osservano e che, in quanto tali, non sono estranee a sofferenze, dolori, tristezze. Anche loro, proprio come noi, avranno giornate peggiori di altre, pomeriggi in cui vorrebbero soltanto piangere, ferite profondissime da rimarginare: non semplici sbucciature ma pugnalate così soffocanti da non lasciare spazio nemmeno ad un soffio di felicità. Perché il dolore non guarda in faccia nessuno, pure se il tuo nome è Anna Magnani e stai per vincere il più prestigioso dei premi cinematografici: l’Oscar come miglior attrice.
Parte da qui, dalla notte del 21 marzo 1956, il racconto biografico della diva più umana di tutte. Anna (Monica Guerritore) cammina da sola, tra i vicoli di una Roma altrettanto solitaria. Le mani nelle tasche del cappotto, il rumore dei tacchi che rimbomba sui sampietrini, gli occhi inumiditi dalla consapevolezza di un’esistenza troppo amara. «Va pe’ gatti», borbotta qualcuno. Sì, ma non soltanto: si ferma a conversare con una prostituta e con un netturbino, rivive il suo dolore di mamma – al figlio venne diagnosticata la poliomielite – poi scompare sotto il riverbero dei lampioni e si immobilizza davanti allo scorrere del Tevere. Nel frattempo, una giovane Carol Levi (Beatrice Grannò), sua futura agente, la cerca e quando la trova ascolta silenziosamente il suo dolore di donna innamorata e poi tradita dall’uomo che l’ha resa immortale sullo schermo e inafferrabile tra le sue braccia: Roberto Rossellini (Tommaso Ragno). Anna scaccia frettolosamente le poche lacrime che le rigano il viso e mentre Trastevere si tinge dei colori dell’alba, una radio annuncia il sogno che diventa realtà: «Anna Magnani ha vinto l’Oscar!».
L’Italia è in festa, Roma celebra la sua icona portandola in sella su una vespetta, Nannarella (così la chiamavano i romani) ringrazia a gran voce la sua città – proprio come fanno quelle dive là – e poi invita tutti a pranzo a casa sua – proprio come una donna del popolo, proprio come è lei. Il suo salotto è invaso da fotografi, giornalisti e cartelloni del film che l’ha appena consacrata ad attrice internazionale, La rosa tatuata di Daniel Mann. Ma lo sguardo di Anna è assente e vuoto, neppure l’arte a cui deve tutto riesce a celare la mancanza palpitante del figlio Luca e del suo Roberto. Per un istante i premi si confondono: davanti ai microfoni, con indosso soltanto una vestaglia di seta bianca, ride e si emoziona per la statuetta hollywoodiana, ma nei suoi ricordi e nel suo cuore c’è spazio soltanto per la Palma d’oro ricevuta a Cannes per Roma Città Aperta, insieme all’amato regista, dieci anni prima.
L’amore, passionale e materno, che ha ridotto in pezzi la star, diventa in breve tempo la causa di tutte le successive lacerazioni inflitte dal cinema: ruoli marginali nelle pellicole dei più grandi, interpretazioni ritenute inadatte al copione, riconoscimenti falsi e irrisori. Nannarella si rifugia nel silenzio e grida addosso ai suoi più fedeli collaboratori, incapaci di empatia: «urlo, ma devo farlo, perché nessuno lo fa per me». Adesso il dolore è quello dell’artista, convinta ad abbandonare lo schermo per tornare sul palcoscenico del teatro, dove Anna Magnani – l’attrice, la mamma, l’amante – recita il suo ultimo addio.
Il mondo intero è sconvolto e straziato, esattamente come il pubblico della Sala Petrassi dell’Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone, dove, in occasione della Festa del Cinema, Monica Guerritore presenta il suo (la sua) Anna (trailer), in qualità di protagonista e anche di regista. Il ritratto (eccessivamente teatralizzato, in alcune parti) è quello di una donna spezzata, afflitta, incompresa, estranea ai vizi e alle smancerie del grande schermo. Non è la diva che ci immaginiamo ma quella che ci aspettiamo, attorniata dalle persone che veramente le sono state accanto quando tutti le hanno voltato le spalle e che con lei hanno condiviso quello che le telecamere non riuscivano – non potevano – cogliere. È il volto di un cinema che ci ha resi grandi a livello planetario, voce di una poesia fatta di stornelli e dialetto romanesco, carattere impossibile da racchiudere in una definizione univoca perché è stata semplicemente tutto ciò che le altre non hanno potuto e non potranno essere mai: Anna Magnani.

