
1959, Parigi. La capitale francese sta vivendo un momento di forte rivoluzione culturale che investe anche il panorama cinematografico. Sono gli anni di innumerevoli esordi di giovani registi, tra cui i critici dei «Cahiers du Cinéma», e in cui brilla in particolare il trionfo de I 400 colpi di François Truffaut al Festival di Cannes. In questo contesto di gran fermento però manca ancora un esordio che, come ben sappiamo, sarà destinato a rivoluzionare la storia del cinema: quello di Jean-Luc Godard.
Dopo il passaggio a Cannes, Richard Linklater arriva anche alla ventesima edizione della Festa del Cinema di Roma, presentando nella sezione Best of il suo nuovo film Nouvelle Vague (trailer). Ripercorrendo la realizzazione di À bout de souffle (Fino all’ultimo respiro) attraverso uno sguardo affettuoso e al tempo stesso ironico, il regista statunitense racconta la passione per la settima arte che si respirava all’epoca e che alimenta le idee impulsive del giovane Godard (Guillaume Marbeck). Ci viene infatti presentato come un critico impertinente, sfrontato, che non si fa problemi a stroncare i film che vede in sala e tutto ciò che appartiene alla generazione passata. Allo stesso tempo, però, è proprio la sua passione prorompente a renderlo così squisitamente irresistibile. Il Godard di Linklater diverte grazie al suo essere senza filtri, all’ossessione per le citazioni colte e al suo senso dell’umorismo tagliente. L’eclettismo del personaggio si riversa anche nella realizzazione suo film, progetto tanto agognato e conquistato grazie all’aiuto del produttore Georges de Beauregard (Bruno Dreyfürst). Nonostante il suo modo di fare – o, forse, proprio grazie a questo – il cineasta riesce a convincere Jean-Paul Belmondo (Aubry Dullin) e, soprattutto, Jean Seberg (Zoey Deutch) a partecipare a venti giorni di riprese fatte di sessioni di mezze giornate, tempi morti e prevalente assenza di sceneggiatura.

In Nouvelle Vague Linklater non si limita a ricostruire un episodio fondamentale della storia del cinema ma lo osserva dal suo interno, spogliando la nascita di un capolavoro della sua aura di intoccabilità e mostrando, al contrario, la confusione e l’improvvisazione che ne hanno reso possibile la genesi. Non si pone dunque con l’intenzione di fare un racconto didascalico, né una lezione di storia del cinema: appare piuttosto come un atto di genuino affetto verso questa arte.
Nonostante ciò, seppur pienamente godibile, l’impressione che lascia è quella di essere fine a sé stesso. Non ha ovviamente una funzione informativa per un pubblico di cinefili e i più rigorosi potrebbero anche storcere il naso di fronte alle imitazioni di “mostri sacri” come Truffaut, Rohmer o Chabrol. Tuttavia, è difficile non lasciarsi conquistare dall’entusiasmo del riconoscimento di questi – splendidi gli incontri con Rossellini negli uffici dei Cahiers e Bresson sul set di Pickpocket – dal gusto del citazionismo e dalla facilità con cui il regista trasforma un momento di rivoluzione artistica in un processo stremante ma ricco di sentimento.
È proprio in questa dimensione ludica, entusiasta e un po’ anarchica che Nouvelle Vague trova la sua forza: un film che si fa volere bene proprio grazie alla stessa passione sincera che ha animato quei maestri del cinema che intende raccontare.

