La posizione attiva della donna nel cinema di Pasquale Festa Campanile

Pasquale Festa Campanile e i ruoli femminili

Il contesto culturale italiano degli anni Sessanta è straordinariamente connesso con la situazione storica e sociale del periodo, considerato una vera e propria età dell’oro della società italiana e del suo cinema. In questi anni il sistema dei media italiano è solido e mai come ora il rapporto tra cultura alta e cinema è così stretto, sia per quanto riguarda la critica cinematografica che la letteratura propriamente detta. Tra gli esempi noti come Ennio Flaiano e Alberto Moravia emerge anche Pasquale Festa Campanile. Lucano di nascita, l’autore si trasferisce a Roma nella metà degli anni Trenta dove inizia a lavorare come critico letterario su varie riviste, tra cui La fiera letteraria.

Campanile entra nel mondo del cinema agli inizi degli anni Cinquanta come soggettista e sceneggiatore collaborando con Bolognini, Zampa, Ferreri e soprattutto con Dino Risi, firmando la sceneggiatura di Poveri ma Belli e Belle ma povere. Incarnando l’intellettuale del tempo, conciliando scrittura pura e scrittura per lo schermo nel 1957 inizia la sua carriera di romanziere con La nonna Sabella che diventerà un film del collaboratore di sempre, Risi. Con l’evoluzione del cinema italiano e con il passaggio da neorealismo a nuova autorialità moderna, Pasquale Festa Campanile passa al cosiddetto “superspettacolo d’autore”, contribuendo alla sceneggiatura di Rocco e i suoi Fratelli e Il Gattopardo. È proprio nel 1963 poi, che l’autore passa alla regia, prima con Massimo Franciosa e poi individualmente.

Attorno al 1965 il panorama italiano culturale cinematografico affronta una serie di mutamenti accompagnati da un tracollo economico e artistico generale e calano così anche la qualità degli esordi e le presenze in sala. Gli unici a guadagnare ora sono i film di genere ma sopravvive ancora qualche commedia all’italiana. È proprio attorno alla commedia all’italiana che si intensifica la produzione registica di Campanile con Adulterio all’italiana (1966) con Nino Manfredi e Catherine Spaak, La cintura di castità (1967) con Monica Vitti e La ragazza e il generale (1967) con Virna Lisi.

A partire dal 1968 però, la filmografia dell’autore si arricchisce di elementi che possono essere letti in luce del cambiamento della società italiana di fine anni Sessanta. I due film che prenderemo in considerazione risalgono al 1968 e al 1969 e sono La matriarca e Scacco alla regina, due pellicole che risentono molto di questa situazione storica nostrana, ma anche degli echi rivoluzionari oltreoceano, costituendo due esempi straordinari di messa in discussione del ruolo della donna nella società.

Il primo, su un soggetto di Niccolò Ferrari, ruota attorno alle vicende di Margherita, detta Mimmi (Catherine Spaak), una giovane donna che divenuta vedova viene informata dall’amministratore (Gigi Proietti) dell’azienda del defunto marito che quest’ultimo possedeva una villa dove intratteneva relazioni sessuali perlopiù di stampo sadomasochistico con altre donne. Mimmi, scioccata non tanto dalla doppia vita dell’uomo ma più dal fatto che egli non l’avesse mai coinvolta nei suoi giochi, inizia un percorso di scoperta della propria sessualità. La matriarca viene generalmente classificato come una commedia all’italiana per i suoi tratti grotteschi e di critica sociale e mantiene l’ambientazione borghese ereditata dai film d’autore del periodo.

Pasquale Festa Campanile e i ruoli femminili

Ciò che colpisce del film è sicuramente la posizione della donna, una posizione attiva sessualmente e non, conducendo l’azione ed esplorando dei ruoli che non le eranostati permessi prima, nel cinema come nella società: non è un caso, infatti, che il film coincida con una stagione sociale e culturale che dagli Stati Uniti fino in Francia approda in Italia seppure in maniera attenuata e che porta con sé la lotta per la parità di genere e la nascita del movimento femminista. La rivoluzione sessuale si fa a piccoli passi e Mimmi compra un “manuale delle parafilie” (oggi sicuramente datato) e fa esperienze sessuali di tutti i tipi per comprendere cosa davvero la soddisfa. Trascura così la vita mondana e soprattutto il matrimonio destando preoccupazione nella madre ma troverà l’amore in un medico, Jean-Louis Trintignant, un uomo al di fuori delle convenzioni sociali. La matriarca esplora la sessualità femminile in modo analitico ma non giudicante, considerandola alla stregua di quella maschile e dandole l’importanza necessaria in un momento in cui in Italia approdavano i testi di Betty Friedan, nascevano le prime manifestazioni femministe e si diffondevano i concetti di autocoscienza femminile e diritto all’autodeterminazione.


La riflessione femminista italiana di questi anni ruotava soprattutto attorno alla possibilità di distaccarsi dai ruoli di genere tradizionali di madre, moglie, angelo del focolare esaltando la possibilità di esplorare diversi modi di essere donna. Con Pasquale Festa Campanile siamo di certo in ambito borghese, per cui non c’è un tipo di riflessione socialista sul lavoro, però riecheggia la messa in discussione della società italiana e dei ruoli che imponeva: d’altronde nel 1963 egli aveva collaborato alla sceneggiatura de L’Ape Regina di Marco Ferreri che pure criticava fortemente l’ipocrisia italiana cattolica.

L’anno successivo, il 1969, è la volta di Scacco alla regina basato sull’omonimo romanzo di Renato Ghiotto e distribuito all’estero con il nome emblematico di The Slave. Il film viene classificato dal Davinotti come film “erotico” e il marketing del tempo spinge molto sulla parte sessuale della pellicola. Qui l’autore abbandona totalmente la commedia all’italiana abbracciando il dramma erotico sulla scia di Belle de Jour di Buñuel a cui si accosta per molti elementi. La protagonista è Silvia (Haydée Politoff), una ventiseienne borghese annoiata dalla sua vita e tormentata da sogni lucidi in technicolor di sottomissione sessuale. Con l’occasione di una trasferta fuori casa del marito, Silvia ne approfitta per andare a lavorare come dama di compagnia presso il castello di Margaret (Rosanna Schiaffino), una ricca attrice arrogante abituata ad avere tutto ciò che desidera. Qui tra le due donne si sviluppa un rapporto di sottomissione più psicologica che strettamente sessuale – il film è molto meno esplicito di quello che sembra – dove Silvia è totalmente consenziente nel suo ruolo passivo. La relazione tra le due si trasforma e diventa sempre più profonda acquisendo delle sfumature saffiche.

Pasquale Festa Campanile e i ruoli femminili

Scacco alla regina mischia il genere erotico a quello più drammatico ed emerge nella sua capacità di esplorare la psicologia profonda dei personaggi, merito sicuramente della sceneggiatura di due maestri dell’epoca, Brunello Rondi e Tullio Pinelli, celebri collaboratori di Fellini. A rendere interessante la pellicola di Campanile è ancora l’originalità del tema trattato e lo sguardo empatico e mai volgare in un’Italia ancora governata dalla Democrazia Cristiana, ma anche un certo sperimentalismo nella messa in scena: le sequenze oniriche delle fantasie sessuali di Silvia sono infatti psichedeliche e caleidoscopiche, giocando con i colori e gli effetti di montaggio. Anche la colonna sonora di Piero Piccioni riflette l’influenza glamour del pop colorato inglese e statunitense. Allontanandosi dalla critica esplicita della società, Pasquale Festa Campanile esplora quindi l’intreccio tra la psiche femminile in stile bergmaniano affrontando i desideri umani e il concetto stesso di potere fino al significativo e amaro finale.

I personaggi femminili che appaiono nei due film, Mimmi, Silvia e Margaret, sono tre esempi diversi di femminilità attiva che potrebbero essere anche letti sotto la luce della riflessione della Feminist Film Theory successiva, andando in qualche modo a rovesciare la dinamica di potere tradizionale: ne La matriarca, la maggior parte degli uomini risulta inetta e volgare ed i personaggi maschili ad eccezione di quello di Trintignant sembrano sempre illogici e dominati dalle passioni, sessuali e non. In Scacco alla regina invece, Margaret è più potente di qualsiasi altro personaggio, non solo dal punto di vista economico ma anche da quello dell’azione, gli uomini (e le donne) sono servili nei suoi confronti e questo tipo di riflessione è condivisa da altri autori e film dell’epoca, come Femina Ridens di Piero Schivazappa (1969) che smaschera l’innata misoginia dell’uomo del tempo, sintomo di quei discorsi critici sulla “crisi del maschio” su cui tante commedie all’italiana si basavano. Anche Silvia, nella sua sottomissione fisica, è comunque attiva nell’agire, in quanto non segue altro che i propri desideri volontari di soddisfazione sessuale e psicologica, andando comunque ad assumere un ruolo diverso rispetto a quello di moglie trofeo ricoperto nella vita quotidiana col marito.
La matriarca e Scacco alla regina sono due capolavori senza tempo, utili a ricostruire un momento storico in cui l’arte e soprattutto il cinema ragionavano sulle contraddizioni di una società in forte mutamento. La sensibilità di Pasquale Festa Campanile si inserisce nel composito e variegato panorama del cinema italiano degli anni Sessanta riflettendo la cultura e la società occidentali, coniugando la tradizione nostrana della commedia all’italiana con la sperimentazione formale e di temi e generi, creando una nuova autorialità ancora poco esplorata e celebrata, nonostante il suo enorme apporto culturale.

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