Captain America – Il primo Vendicatore dieci anni dopo: il deposito drammaturgico del supersoldato

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Radicatasi oramai nell’immaginario collettivo come nuova epica supereroistica, la grande saga dei Vendicatori Marvel si è consolidata nel corso del tempo come un autentico fenomeno intermediale dalla portata planetaria. Frantumato in film e serie TV sempre più articolati e complessi, il franchise più famoso della storia ha generato un faticoso e continuamente aggiornato multiverso on-demand nato nel buio delle sale cinematografiche.

Disney+, Netflix e Amazon Prime Video accolgono pezzi di un catalogo eroico, concepito dalle menti di Kevin Feige e Avi Arad, che fin da Iron Man (2008) di Jon Favreau sognava di riavvicinare l’umano al divino, ridisegnando di conseguenza storia, mito, letteratura e leggenda. L’uomo di latta di Robert Downey Junior, il mostro verde di Edward Norton, il dio del tuono di Chris Hemsworth e il soldato “viaggiatore del/nel tempo” di Chris Evans portano rispettivamente su schermo il sogno di Leonardo da Vinci di far volare l’uomo, l’incubo del dottor Jekyll di tramutarsi in mister Hyde, la perdita dei valori divini e il percorso della loro riacquisizione, e l’integrità patriottica derivante dall’impostazione umana dei confini nazional-geografici. Il Marvel Cinematic Universe (MCU) raccoglierà dunque l’eredità fumettistica dell’immortale Stan Lee e pianterà sul suolo vergine del nuovo millennio l’albero “visuale” di una nuova mitologia.

Captain America – Il primo Vendicatore (2011, trailer) di Joe Johnston, Iron Man (2008), L’incredibile Hulk (2008) di Louis Leterier e Thor (2011) di Kenneth Branagh costituiscono le inossidabili fondamenta (Fase 1 dell’MCU) di un puzzle supereroistico incontaminato, in cui è possibile rilevare le qualità archetipiche degli eroi in azione e tematiche sotterranee mai scontate che emergeranno vibranti nei sequel. Ai percorsi di redenzione, controllo e accettazione di Tony Stark (Downey Junior), Bruce Banner (Norton) e Thor (Hemsworth), seguirà l’avventurosa rivalsa del “piccolo grande uomo” Steve Rogers (Evans), possente per la sua immancabile capacità di non voltare mai le spalle ad amici e pericoli ed esplicitamente determinato al <<do the right thing whatever it takes>> (fare la cosa giusta a qualunque costo).

Tuttavia il viaggio dell’eroe di Cap non è il medesimo dei colleghi Avengers: nel caso di Iron Man e Thor esso si configura come un’uscita dall’arroganza di genio e dio, in favore di una sofferta eppure terapeutica liberazione da inammissibili colpe e presunte superiorità; nel caso di Hulk il viaggio è la dolorosissima strada della comprensione e controllo dell’Ombra caotica e distruttiva. Il commerciante d’armi, il dio emozionalmente immaturo e il dottore maledetto affronteranno dunque una lirica accettazione delle facoltà elementari e recondite attraverso una necessaria sintesi col corpo-macchina, con il lato oscuro da non coprire con velo pietoso ma da vedere e accogliere, e col potere dei fulmini e la successiva riconquista del martello dei martelli.

Purtroppo, o per fortuna, la strada del Capitano è invece già decisa in partenza e questo è forse tra i motivi per i quali il film a lui dedicato non gode completamente delle fasi da viaggio classico dell’eroe come Star Wars con Luke Skywalker o come i film “di presentazione” Marvel con gli altri eroi Avengers. Ciò non significa che il primo film su Steve Rogers sia meno funzionante delle altre opere Marvel, ma si avverte comunque una narrazione molto più stantia rispetto alle altre storie supereroistiche del nuovo millennio. La falla, se così volessimo chiamarla, risiede in un protagonista motivato fin dall’inizio ad agire e, quindi, già unicamente nato e compiuto.

Infatti la Chiamata dell’eroe all’avventura in Captain America – Il primo Vendicatore (il dottor Abraham Erskine interprettao da Stanley Tucci) trova in Rogers l’uomo perfetto per l’esperimento sul siero del supersoldato) non aggiunge altro alla morale e all’etica del futuro capo dei Vendicatori. L’integrità e la coerenza coi propri ideali sono già profondamente radicate nel cuore e nella mente di Steve Rogers – <<I can do this all day>> (posso continuare tutto il giorno) e <<I don’t like bullies>> (non mi piacciono gli spacconi) sono le dichiarazioni-chiave di un eroe già stoico di per sé – ma queste necessitano anche di un perfect body che possa “sostituire” il fisico rachitico di un ragazzo di Brooklin e che possa colpire con velocità e forza ostinate il nemico nazista. Captain America – Il primo Vendicatore diventa così la parabola dell’uomo nato moralmente superbo, le cui imperturbabilità e incorruttibilità stoiche devono necessariamente avere una controparte bodybuilder da bilanciare.

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In questo primo film il cammino del soldato americano per eccellenza è un viaggio eroico che risulta parzialmente scremato, a causa della mancanza di una Chiamata volta a porre l’individuo stesso sotto analisi approfondita e lanciarlo nell’Avventura delle avventure. Paradossalmente questa “falla” nel classico sistema eroico di Christopher Vogler non mina lo svilupparsi della drammaturgia di Steve Rogers nella narrazione tout court del franchise, specie quando vediamo un Capitan America logorarsi nella delusione e/o nel fallimento in Captain America: The Winter Soldier (2014), in Captain America: Civil War (2016), in Avengers: Infinity War (2018) e in Avengers: Endgame (2019).

Questi ultimi film erediteranno quelle caratteristiche di imperturbabilità stoica, fermezza morale e perseveranza etica che costituiscono l’archetipo eroico del ragazzo di Brooklin e che ci sono state presentate proprio in Captain America – Il primo Vendicatore, ma esploderanno soprattutto quei punti deboli dell’Avenger esposti nel suo primo film. Il colpevolizzarsi per la perdita dell’amico James “Bucky” Barnes (Sebastian Stan) e l’impossibilità di rivedere Peggy Carter (l’amore della sua vita interpretato da Hayley Hatwell) sono momenti di ineffabile splendore e sofferenza che colorano il quadro del personaggio, disegnano alcune tra le tante linee tematiche degli altri film e si sposano con il “cosa significa essere eroi oggi”: Capitan America è disposto ad andare anche contro i suoi compagni di vita se questo significa proteggere un amico caro o una causa più grande di lui, come ci farà vedere Civil War.

Captain America – Il primo Vendicatore è a tutti gli effetti deposito drammaturgico del nostro supersoldato preferito che ripercorre un relativamente anomalo Viaggio dell’Eroe. Anche se la famosa Chiamata all’Avventura non frappone un prima e un dopo dell’etica/moralità di Steve Rogers quanto un prima e un dopo sorprendentemente fisico, in questo primo capitolo il cammino del Cap ripercorre comunque i momenti salienti del tragitto delineato da Vogler: l’Ingresso nella Caverna più profonda è l’infiltrazione nel castello di Teschio Rosso (Hugo Weaving), quando Rogers libera gli alleati e dimostra al capitano Phillips (Tommy Lee Jones) di non essere un fenomeno da baraccone; la Morte dell’Eroe e il suo Risveglio sono probabilmente tra i momenti più inestimabili di questo gioiellino “d’epoca”, così potenti da incorporare le tracce più drammatiche e profonde di quello che oggi è la memoria del Cap.

Il ricordo di un appuntamento saltato e il rialzarsi sempre, nonostante le ferite, di fronte ad una ampia schiera di malvagi sono ciò che meglio contraddistingue la fermezza di un eroe dagli altri e questo non ce lo ha negato Avengers: Endgame. In conclusione Captain America – Il primo Vendicatore, assieme agli altri film di “presentazione” dei supereroi Marvel, è l’inizio di un’epica incontaminata e forte, specialmente per la sua capacità di imprimersi nell’immaginario collettivo e intermediale.

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