La parola ai giurati: il film di Lumet girato in un unico set compie 65 anni

La parola ai giurati il film di Lumet compie 65 anni

Immaginate di mettere addosso giacca e cravatta e trovarvi per un’ora e trentacinque minuti all’interno di una stanza giudiziaria, con quattro pareti che fanno da sfondo alle vostre parole e con altre undici persone di cui non sapete il nome, che provano a trovare una soluzione unanime per salvare un ragazzo dalla sedia elettrica. Ora immaginate ancora di dover dare la possibilità a chi vi guarda di non cadere nella sensazione da spazio claustrofobico e di intrattenere con le vostre parole e gesti un pubblico che della vostra storia non sa un bel niente, o meglio, prova a capirne qualcosa da ciò che vede e sente. 

Una gran bella responsabilità inoltre articolare i pensieri in base al flusso di parole che si susseguono nella stanza; nomi e argomenti che magari in un’America degli anni ’50 rischiano di essere troppo forti o poco convincenti. Vi sembrerà assurdo trovare delle soluzioni a mille problemi che si instaurano in poco più di un’ora e per certi versi impossibile. Come si potrebbero gestire in quattro mura i pensieri decisi e per certi versi malleabili di dodici giurati? Sembra quasi di parlare di un rinomato talk-show… o perché no, di una pellicola cinematografica. Sappiate che nessuno dei due casi è sbagliato.

È proprio quello che è successo a Sidney Lumet, regista televisivo e teatrale, che nel 1957, dopo anni di palestra televisiva, si trovò a dirigere per la prima volta nella sua vita un film rientrato poi nei 100 capolavori a stelle e strisce: La parola ai giurati (trailer). Difatti, ciò che poi è diventato un capolavoro del cinema, non era altro che una sceneggiatura scritta per la televisione da Reginald Rose dal titolo Twelve Angry Men, trasmessa dalla CBS Studio One nel 1954.

La parola ai giurati, il film di Lumet compie 65 anni

Metaforicamente parlando è stato Alfred Hitchcock a dare uno spunto a Lumet nel girare il film in un unico spazio. Curioso pensare che nello stesso anno della messa in onda sulla CBS, il “maestro del brivido” fa uscire in sala quello che è diventato poi uno dei suoi capisaldi cinematografici, La finestra sul cortile: il primo film ad essere stato girato in un unico set. Il voyeurismo espresso nella pellicola è accentuato dal fatto che il personaggio, impotente di usare le proprie gambe, è costretto a rimanere nella propria stanza e a spiare i propri vicini di casa servendosi di una fotocamera. Lo spettatore, dunque, si sente immerso in quella che diventerà quasi la propria stanza e ne conoscerà ogni angolo grazie alle innumerevoli inquadrature.

Lumet, per proprio conto, prova a riproporre al pubblico la stessa idea: un film completamente girato in un UNICO set. (fatta eccezione per soli tre minuti tra inizio e fine in cui vi sono scene girate in esterno). Come Hitchcock, Lumet genera tensione giocando con i piani e sull’incrociarsi di sguardi. La finestra è presente nella stanza in cui vi sono i giurati ma non serve in questo caso a spiare qualcuno; viene messa in scena per allargare l’idea di piccolo spazio così come quotidianamente si fa con l’utilizzo di specchi. È impossibile e soffocante vivere in una stanza senza finestre, è l’idea del mondo che c’è fuori a far scattare la percezione di grande, esteso ed enorme. Lo spettatore in questo modo non fa più caso al vetro o alle goccioline di pioggia che sbattono contro, è importante la sua esistenza mediatrice con il mondo esterno.

Difatti, non vi sono flashback seguiti da dissolvenze che potrebbero disinibire il pubblico: vi è un costante presente che dilaga in diversi snodi utili alla continuazione della sceneggiatura. Il bianco e nero sicuramente non favoriva ampie vedute e l’esplosione di mille colori, ma il modo in cui il regista agisce fa dimenticare completamente l’idea di spazio unico. Lumet in un set televisivo non avrebbe potuto utilizzare diversi obiettivi per la macchina da presa in quanto effimeri; un programma tv intrattiene a prescindere da essi in quanto ha bisogno di essere statico. Mentre lo si guarda si può anche fare altro. Un film no, ha bisogno di far perdere la percezione spazio-temporale soprattutto al pubblico in sala. Difatti, usando il grandangolo abbatte completamente la sensazione claustrofobica, anzi, la stanza sembra diventare di volta in volta più grande.

Il sonoro è inoltre un elemento focale in quanto il modo in cui Lumet fa esporre i dialoghi serratissimi da spettacolo alla parola, ingloba lo spettatore all’interno della scena e lo estrania dalla propria realtà fino a farlo divenire parte integrante della pellicola. Un pubblico silenzioso diremmo, capace di pensare e creare un giusto movente ma ben intrattenuto. Questo mix di gesti, parole e un’ottima sequenza di tagli e primi piani è amalgamato perfettamente con un ottimo cast: tra i tanti si innalza il nome di Henri Fonda, (Davis, giurato n.8) , co- produttore del film, che grazie alla sua interpretazione vinse il premio BAFTA come Miglior Attore Protagonista nel 1958 (basti pensare che dieci anni dopo prenderà parte al capolavoro di Sergio Leone del 1968 C’era una volta il West).

Non soltanto Lumet è stato forse ispirato dal maestro della suspense. Questa volta cambiamo continente e arriviamo in Europa, precisamente nella nostra nazione: è il caso italiano di Perfetti Sconosciuti. Il film di Paolo Genovese del 2016, rispecchia perfettamente l’idea di  luogo unico in quanto mostra l’ipocrisia che si nasconde nelle amicizie di un gruppo e lo fa interamente in una casa, in una sola stanza ed intorno ad un tavolo. Il tema del discorso sembra anche qui riecheggiare attorno ad uno spazio adibito solitamente all’aggregazione e alla conversazione. A differenza del film di Lumet, il movente lo si trova nei cellulari che fungono da possibili “prove” attorno alle quali si instaura un vero e proprio dialogo.

Incredibile pensare come un film abbia preso spunto da un altro dando a sua volta modo ad altri registi di esprimersi a proprio modo. Dopo sessantacinque anni, nonostante le migliaia innovazioni tecnologiche, si lascia seguire con tale disinvoltura da non far trapelare il minimo aspetto datato. È l’ennesimo caso in cui tanta esperienza, creatività ed un buon occhio, in questo caso di un ottimo regista, riescono sempre a portare in alto grandi risultati.

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