
Kokuho in giapponese significa “tesoro nazionale”, ed è la più alta onorificenza che un attore di teatro, o un altro artista, possa ricevere. Lee Sang-il sceglie questo termine come titolo per il suo ultimo film, Kokuho – Il maestro di Kabuki (trailer), e lo fa con delle buone ragioni. Sia perché nella pellicola ce ne sono parecchi di tesori nazionali viventi del kabuki, sia perché mai ci fu termine più azzeccato di questo per descrivere una forma di teatro. Nel kabuki gli attori danzano sul palco con una leggiadria surreale, ed il regista lo evidenzia benissimo.
Il teatro kabuki nasce in Giappone nel corso del XVII secolo, unendo danza, recitazione e musica. Con la sua eleganza riesce a raccontare storie drammatiche o comiche, che non vengono rappresentate dagli attori solo cantando, ma soprattutto assumendo pose statuarie, una dopo l’altra, ognuna con un significato preciso. Dunque i corpi degli attori kabuki devono allenarsi per essere il più eleganti possibili anche se tesi fino al loro limite in posizioni poco naturali. Si tratta di uno spettacolo per gli occhi che Lee ci restituisce con sguardo privilegiato. Si potrebbe contestare il fatto che la visuale per cui il kabuki è pensato dovrebbe essere quella del pubblico, ma la fortuna di poter vedere nei minimi dettagli le performance che il film mostra è impagabile, e crea i momenti più alti del film. Kokuho-Il maestro di Kabuki non racconta com’è il teatro, ma come lo si percepisce.
La storia che viene raccontata nel film riguarda un giovane attore, Kikuo (Ryo Yoshizawa), figlio di un boss della yakuza. A seguito dell’omicidio del padre Kikuo verrà preso come apprendista da un maestro kabuki (Ken Watanabe). Proprio qui viene introdotta la sua rivalità con Shunsuke (Ryusei Yokohama), il figlio del maestro. Entrambi provano ogni giorno cercando di migliorare. Se da un lato Kikuo ha un talento naturale ben più consistente, dall’altro in Shunsuke scorre il sangue di suo padre e di altri attori kabuki prima di lui. Il concetto di eredità è importantissimo nel film, poiché nel teatro kabuki non si va da nessuna parte se non si è già parte di una famiglia di attori. Lo scontro tra talento e dinastia viene spalmato nel corso dell’intera vita dei protagonisti, che seguiamo in vari time skip, dall’inizio degli anni ’60 fino al 2014. Parte del fascino del film sta anche nell’osservare un paese come il Giappone cercare di mantenere le proprie tradizioni in un mondo che corre sempre di più.
Il tradizionalismo del film ne è proprio il difetto principale, impossibile da non sottolineare. Come spiegato all’inizio del film infatti il teatro kabuki era ritenuto impuro e dunque non adatto alle donne, che per volere di un imperatore ne erano state bandite. I personaggi femminili sono interpretati dagli onnagata, uomini specializzati in quei ruoli, proprio come Kikuo e Shunsuke. Il modo in cui l’esclusività del kabuki si riflette sul film è però estremamente negativa. Si sarebbe potuto affrontare il problema di questa disciplina che esclude un intero genere, o indagare nell’identità di questi attori che passano dal maschile al femminile e viceversa, invece il regista si volta dall’altra parte e non solo ignora una grande problematica, ma la incorpora, inserendo personaggi femminili senza spessore. L’ignoranza della questione femminile è evidente anche nel modo in cui vengono trattati i due personaggi principali, che anche quando si comportano da pessimi mariti o padri vengono perdonati automaticamente. Infatti nel corso del film Kikuo attraversa numerose relazioni con donne che la sceneggiatura tratta più come elementi decorativi del protagonista, senza che venga minimamente spiegato il perché i vari personaggi provino attrazione gli uni per gli altri.

Passando oltre questo doloroso aspetto, Lee Sang-Il costruisce una storia della durata di tre ore facendole sembrare un battito di ciglia. Il ritmo sostenuto, le sequenze teatrali incredibili e i numerosi salti temporali riescono a tenere lo spettatore incollato dall’inizio alla fine. Gli occhi analizzano ogni dettaglio dello schermo per cercare di non perdersi nulla della bellezza del kabuki, le cui scene sono le più lunghe ma allo stesso tempo le più soddisfacenti. Gli spezzoni degli spettacoli sono sempre introdotti da delle scritte che ne raccontano in breve la trama, in modo da far capire la trama anche ai meno preparati. Bisogna però ammettere che la durata così estesa del film rende ancora più grave l’aver trascurato alcuni personaggi che avrebbero meritato più approfondimento.
Per centinaia di anni si è provato a definire il teatro con le parole. Il direttore della fotografia di Kokuho-Il maestro di Kabuki, ovvero il tunisino Sofian El Fani, ci è riuscito con le immagini. El Fani è riuscito a dare una forma allo spazio vuoto che non è riempito né dagli attori né dagli spettatori, a plasmare con la luce il palco sempre sovrastato da un albero di ciliegio. Un’immagine su tutte concretizza la sensazione del palco, e si tratta di una visione misteriosa che Kikuo rincorre per tutto il film: il buio della platea infranto da una pioggia di frammenti di luce. Non si tratta di qualcosa di tangibile, spiegabile o replicabile, come il teatro d’altronde. Le parti più emozionanti del film però sono quando la perfezione del kabuki si sporca delle emozioni primordiali degli attori: muscoli tesi per il dolore, inciampi e trucco che cola creano il contrasto che tiene vivo l’interesse dello spettatore.
Quante volte gli attori si sentono dire che recitare a teatro e davanti alla macchina da presa sono cose completamente diverse? Decisamente molte. Si può quindi dire che Yoshizawa e Yokohama sono eccellenti in entrambi i mestieri. I caratteri opposti dei due personaggi sono intuibili già solo dal volto, dallo sguardo. La pacatezza di Kikuo è un’incantevole maschera al suo dolore e senso di colpa, che viene fuori in maniera estremamente delicata solo in momenti specifici della pellicola. Shunsuke ha invece tutt’altra attitudine. Quando sono sul palco però si trasformano entrambi in qualsivoglia personaggio, compresi degli animali, il tutto con una delicatezza sopraffina.
Kokuho-Il maestro di Kabuki ha un problema immenso e inconfutabile, impossibile da ignorare, ma per il resto Lee Sang-Il riesce a raccontare un’intera disciplina in tre ore di film che coprono l’intera vita del protagonista, mostrandone i momenti più alti e più bassi. Riesce soprattutto ad incarnare l’essenza del teatro kabuki in ogni suo aspetto, restituendo, almeno, delle meravigliose immagini.
Al cinema.

