
Lo scorrere del tempo non è mai neutro. Può imporsi come forza, ridefinendo continuamente il valore delle cose, delle relazioni, delle identità. Una trasformazione che accompagna e riorganizza il senso della vita, fino a comprimerla e spingerla in avanti, rendendola irriconoscibile nel momento stesso in cui accade. È, allora, la memoria a selezionare e riorganizzare il passato, trasformando gli eventi in immagini, le immagini in esperienza e l’esperienza in una superficie nuovamente attraversabile. Una tensione che si fa manifesto nella Shanghai degli anni Novanta, riflesso radicale di una Cina in cui il futuro non è più solo una possibilità, ma una condizione necessaria, una grammatica che struttura il desiderio, il lavoro e le relazioni. Blossoms Shanghai (trailer), prima incursione seriale di Wong Kar-wai, filma l’assurdo di un’epoca: mentre tutto è orientato in avanti, la necessità di una memoria si fa immediata, simultanea all’esperienza stessa.
Ah Bao (Hu Ge) è la figura che incarna in modo esemplare la possibilità (e insieme il costo) della reinvenzione. Una presenza effetto di una serie di ridefinizioni progressive, che lo collocano di volta in volta in posizioni diverse all’interno della nuova economia urbana della Shangai degli anni Novanta. Figura melodrammatica e self-made man insieme, Ah Bao si configura come il punto di intersezione tra desiderio e potere, dove l’ascesa non è mai disgiunta dalla necessità di ridefinire continuamente il proprio statuto. Una figura liminale, riconducibile a una genealogia narrativa che trova nel Gatsby fitzgeraldiano un archetipo: un angelo viaggiatore, un elemento di passaggio e connessione tra spazi, relazioni e possibilità differenti. Uncle Ye (You Benchang) rappresenta, allora, una forma di sapere che precede e struttura l’ascesa stessa, un mentore che non si oppone ad Ah Bao, ma ne costituisce il controcampo necessario, stabilendo limiti e sottraendo il capitale alla pura spettacolarità, riconducendolo a una pratica, quasi ascetica, di controllo.
Le relazioni assumono così una funzione strutturale, configurandosi come presupposti attraverso cui il sistema prende forma. In esse, l’intimità non si oppone alla logica del capitale, ridefinendosi invece continuamente in relazione alle condizioni materiali e simboliche del contesto. Ling Zi (Ma Yili), Miss Wang (Tiffany Tang) e Li Li (Xin Zhilei) si dispongono come configurazioni differenziali di accesso al mondo: la prossimità e la continuità del quotidiano, la legittimazione istituzionale e il riconoscimento sociale, l’apertura al rischio e alla possibilità. Ciò che le distingue è quindi il modo in cui ciascuna di esse rende visibile una diversa articolazione del rapporto tra desiderio e struttura. L’affettività emerge così come una dimensione intrinsecamente instabile, attraversata da logiche che la eccedono e la ridefiniscono continuamente, fino a rendere opaca la distinzione tra esperienza e funzione. «Una tensione tra ambizione e amore», come definita da Wong Kar-wai in A Special Message sul Criterion Channel. Un richiamo e al contempo un distacco rispetto a modelli contemporanei in cui le relazioni risultano strutturate dal potere, come accade in Succession (di cui si possono evocare affinità formali e sonore). Laddove il serial di HBO espone il conflitto tra affettività e struttura in forma esplicita e dichiarata, Blossoms Shanghai ne osserva la progressiva interiorizzazione, rendendo indistinguibile il confine tra intimità e funzione, tra potere ed esperienza.

Principio cardine nella filmografia di Wong Kar-wai, il tempo si configura come il fondamento del sistema stesso, attraversando e determinando le modalità dell’esperienza. Un campo di tensione in cui si sovrappongono temporalità eterogenee, dall’accelerazione storica della Shanghai degli anni Novanta, alla pressione di una logica economica fondata sulla circolazione e sulla crescita, costantemente incrinate da attese, ritorni e perdite che impediscono al presente di stabilizzarsi. Lontano da ogni possibilità di sintesi, Blossoms Shanghai ne espone, allora, l’attrito inscrivendo il tempo nella materia stessa dell’immagine, condensando l’esperienza e rendendo percepibile la velocità di un’epoca dominata dalla logica del time is money attraverso l’utilizzo dello step-printing. Una messa in crisi del regime temporale del capitale, che viene così restituito come forza autonoma, capace di attraversare e comprimere corpi, gesti e relazioni.
L’immagine non si limita a rappresentare, offrendosi invece come superficie densa, saturata, attraversata da luci, colori e composizioni pittoriche che restituiscono il tempo come esperienza sensibile. La Shanghai degli anni Novanta emerge così come un tessuto visivo stratificato, dove ogni inquadratura trattiene e insieme eccede il proprio referente, configurandosi come un’immagine già attraversata dalla memoria. Lontano dunque da ogni tentazione di ricostruzione oggettiva, Wong Kar-wai non romanticizza il passato, ma ne cattura la vitalità, restituendolo come una superficie stratificata, segnata da continui eco e rimandi. Un tempo già filtrato, selezionato, che prende forma nel momento stesso in cui viene vissuto: un presente irrimediabilmente attraversato dalla propria perdita. La serie mette così in crisi l’idea stessa di realismo, suggerendo come ogni Shanghai possibile non è che una costruzione selettiva della memoria, un’immagine che si costruisce nel tempo e attraverso di esso.

