
«You know, Billy…we blew it». Dice un disilluso Peter Fonda a un silenzioso Dennis Hopper nell’ultimo bivacco notturno in Easy Rider. È l’epitaffio di un’epoca, la fine di un’illusione – o, meglio ancora, la fiera delle illusioni che furono gli anni ’60 della controcultura e del sogno hippy –. Allora si falliva per eccesso di utopia, pagando a caro prezzo il rifiuto perentorio delle regole del gioco. Un fuoco spento nel deserto che, lasciato in eredità, non poteva che consumarsi ulteriormente, consegnando alle generazioni future le macerie di un domani nato morto. Un domani che per decenni ha significato spuntare le caselle di una roadmap – la laurea, la stabilità salariale, il nucleo affettivo, il totem della proprietà privata – e che oggi, per la Gen Z, non può che regredire allo status di una borghesotta via crucis ridotta a simulacro, fantasma di una promessa mai mantenuta.
Giriamo a vuoto, infatti. E di questo Alexander Ullom ne è consapevole nel suo quintessenziale It Ends (trailer). Lo sono i suoi quattro protagonisti neolaureati, rinchiusi nell’asfissiante abitacolo di una Jeep Cherokee bianca e costretti a percorre una strada senza ritorno né destinazione. Lo è il road movie, l’orizzonte su cui l’immaginario americano ha proiettato i suoi sogni di fuga, qui ridotto a un soffio di vita: il movimento, infatti, non è più il veicolo di un rinnovamento (o piuttosto di un risorgimento, reso necessario da chi, prima di noi, ha fatto terra bruciata), bensì un ultimo e disperato atto di resistenza. Bisogna continuare a correre perché fermarsi coincide con la fine. It Ends, appunto.
“Emulazione” e “sabotaggio” diventano allora i binari di questo viaggio. “Consapevolezza” la parola chiave. Quella di un’opera inevitabilmente derivativa, figlia dello scacco matto di Easy Rider quanto delle stranianti prospettive di Strada a doppia corsia. Perché il road movie è da sempre una stanza dei bottoni, il punto di scontro tra ideologie ed emancipazione, il perimetro entro cui mettere a nudo la propria idea di libertà. Perfino in un vicolo cieco, la strada rimane un atto di secessione cosciente, una via di fuga da un destino già scritto. E per Ullom ci sono le persone, ovviamente. C’è la lamiera della sua Jeep. C’è il paesaggio sbiadito che scorre artificiale. C’è lo stare insieme, certo, ma l’approdo è depennato. Cancellato. Non esiste più un altrove da colonizzare, la vecchia frontiera (americana e non) è evaporata: lo spazio non è che replica di un medesimo segmento, copie e copie di un reale consumato che si sposta in avanti con la stessa, identica velocità del contachilometri. La transizione allora si fa perpetua e il finale eternamente procrastinato.

I nostri neolaureati, d’altronde, non sono nient’altro che giovani ragazzi terrorizzati dal dopo e in balia dello stare al passo con i tempi. L’orrore, dopotutto, non sta nell’assurdità del loop in cui girare a vuoto, ma nella duplicazione in vitro di un’alienazione già metabolizzata dall’esterno. Uno spazio-tempo paradossale, sbiadito, in cui è labile il confine tra ordinario e straordinario e il trauma si amministra canticchiando con la feroce ironia del meme. Questo è l’unico cliché familiare, mimesi di un nichilismo che mimetizza la disperazione in riso. Ullom allora lascia che il film fluttui solo per poco nell’interspazio di un horror on the road modello Passenger. Ma non appena l’orrore diventa la norma – neanche fosse un postulato barkeriano, con la sua stessa Obsession per la Gen Z –, il viaggio “smette” di produrre narrazione e l’attesa del piacere diventa essa stessa il piacere. È qui che – come confessato dallo stesso Ullom – Linklater docet nella sua declinazione più sadica: i quattro neolaureati sono letteralmente dazed and confused, storditi e confusi, al contempo motori e asfissiati dal più spietato degli hangout movie. Un vagabondaggio che si contrae in un Kammerspiel su quattro ruote, dove l’abitacolo della Jeep è il non-luogo liminale – d’altronde, siamo o non siamo nell’anno di grazia delle Backrooms? – di un inusuale horror da camera.
In virtù di questo, a sbigottire è proprio il presentimento che questo presente possa durare per sempre. Un’angoscia sempreverde per la Gen Z e messa a nudo dal James di Phinehas Yoon: l’unico alla disperata ricerca di un senso, quasi fosse metacinematograficamente l’ultimo appiglio per una narrazione aristotelica. Gli altri, al contrario, scelgono di non lottare contro i mulini a vento, trovando invece riparo in quel che fu ordinario: una chiacchiera, il fare fronte comune. Vivere, insomma. E non sopravvivere. E non esiste differenza tra chi cede e chi lotta, ma solo tra chi accetta o meno le contraddizioni del presente. Perché non c’è svolta. Nessun terzo atto arriverà a tirare le somme. C’è solo un’intera generazione sempre in corsa, con il pieno fatto e il futuro in folle.
In sala dal 28 ottobre

