
Ricerca: il punto catalizzatore di tutto il cinema di André Øvredal. In ogni opera del regista è l’ossessione principale dei personaggi: dalla verità sulle leggende come in Troll Hunter alle risposte recondite nei corpi morti in The Autopsy of Jane Doe. Anche in Passenger (trailer) la ricerca, quella della felicità, di un sogno collettivo, diventa l’obiettivo principale dei due protagonisti. Ma, durante quest’ultima, il male prende sempre il sopravvento e i sognatori si ritrovano storditi in un viaggio che ha le sembianze di un nefasto cammino verso l’inferno.
Dopo aver venduto il proprio appartamento a New York, Maddie (Lou Llobell) e Tyler (Jacob Scipio) partono per un lungo viaggio in roulotte volto a ritrovare la pace e la serenità e distogliersi dalle distrazioni della Grande Mela. Dopo essersi fermati per strada e dopo aver soccorso una persona coinvolta in uno strano incidente automobilistico, verranno inseguiti da un’oscura presenza che infesta le anime dei viaggiatori e che porta il nome di The Passenger (Joseph Lopez).
C’è un elemento che compare sin dall’inizio, essenziale per la lettura dell’opera, ovvero la ridondanza. Øvredal muove la camera con dei minuziosi movimenti circolari che girano ossessivamente intorno ai personaggi. Ecco il cerchio della vita: la rappresentazione ferrea del suo ciclo. Un girone infernale devasta l’animo dei viaggiatori, costretti a ripetere ossessivamente lo stesso movimento e a guardare la medesima atroce figura sul ciglio della strada. Così i movimenti di macchina, sempre eleganti, ci immergono nella storia di un viaggio, anzi, del viaggio di due anime sperdute in cerca di redenzione dalla vita.
Maddie e Tyler: lui un giovane sognatore che ha avuto sempre tutto, proveniente dalla classe media, lei con un passato travagliato, da una casa famiglia ad un’altra. Insieme si completano: cercano con la loro roulotte, tra le strade sperdute americane, la cosiddetta pursuit of happiness ovvero la ricerca della felicità. Inseguono una specie di way of life americana per redimere i “peccati”. Cercano l’essenza del sogno: il trovare una soluzione, una “via” ai loro problemi per poter vivere nella grazia eterea. Via, però, che si rivela tortuosa. Un girone infernale come la realizzazione personale negli Stati Uniti. Ecco che il realizzarsi, il distogliersi dalla massa porta a percorrere strade sconosciute infestate da presenze malvagie. L’idea, la concezione di sogno americano ovvero l’archetipo del “duro lavoro che ripaga sempre” (il famoso mito meritocratico) viene soppressa, completamente rimossa lungo le lunghe strade infestate di periferia.

Importante è la connessione religiosa del film, soprattutto con la figura di San Cristoforo: portatore di Cristo e protettore dei viaggiatori. In tutta l’opera è un continuum: medagliette attaccate allo specchietto retrovisore, preghiere, racconti sulla sua vita. Il sacro è un punto centrale. Nel paese del In God We Trust il “passeggero” è davvero una figura demoniaca? il contraltare di San Cristoforo? Il patrono dei viaggiatori protegge i due dal male. Eppure, la presenza malvagia sembra essere soltanto una estensione malevole della rappresentazione cristiana, non un mondo completamente a parte. Se Cristoforo porta le anime in salvo, il passeggero le porta all’inferno. Ma per quale ragione? L’antagonista è un figura vestita da prete, un uomo di dio ma anche qualcuno che sembra proteggere l’archetipo della way of life americana. Mentre il santo patrono non è nient’altro che un’icona ecclesiastica, The Passenger rappresenta anche il lato politico. Il viaggio può essere solo un mezzo. Chi si ferma nella propria esistenza, chi non mette se stesso sul piedistallo per la gloria eterna è destinato a soffrire come i nostri due protagonisti.
Øvredal recupera la tradizione e porta in sala un film horror che ricorda il cinema della fine dello scorso secolo. Seppur pecchi nel lato narrativo – si percepisce una grande carenza soprattutto nella gestione dei personaggi – il regista sa bene che per portare l’orrorifico in sala bisogna prima di tutto mostrarlo. E dal punto di vista visivo, infatti, l’opera vive dell’ottima regia del norvegese e di transizioni che ricordano, spesso, il cinema di Park Chan-wook. Passenger ci mostra un lungo viaggio con il male alle spalle, un po’ come se il passeggero fosse parte della vita di tutti, la negazione più infima dei nostri sogni, e noi in qualche modo dovremmo prima o poi accorgerci della sua presenza.
Al cinema.

