Backrooms, la recensione: il primo film di Kane Parson

Specchiarsi fa paura. Analizzarsi per distruggere ciò che si è costruito e riprogettare, ricomporre in maniera nuova, diversa. Spesso conviene chiudere tutto in una stanza, lasciarlo lì e passare alla prossima, e poi a quella dopo e a quella dopo ancora. Lasciare tutto in stanze vuote, tutte uguali e al contempo diverse, tutte custodi di qualcosa che preferiamo non ricordare per rifugiarci altrove. Può un horror trattare di questo attraverso una leggenda nata sul web? Kane Parson con il suo Backrooms (trailer) decide che sì, si può fare.

Clark (Chiwetel Ejiofor) è un uomo sulla quarantina che conduce una vita piuttosto deprimente, almeno per lui. Architetto mancato, l’uomo gestisce un negozio di mobili nel quale vive dopo essere stato cacciato di casa. Nel frattempo intraprende un percorso di psicoterapia con la tormentata Mary (Renate Reinsve). Un giorno, Clark trova nel seminterrato una porta che conduce alle backrooms, una serie infinita di stanze costruite senza alcuna logica. Mary, incuriosita, andrà alla ricerca dell’uomo in quel misterioso luogo abitato da una strana creatura.

Era il 2019 quando sul web spopolò la leggenda delle backrooms, stanze d’ufficio che si estendono a perdita d’occhio, collegate le une alle altre e costruite in maniera casuale. Luoghi ameni che richiamano un’estetica architettonica e tecnologica tipica degli anni ’90 ma con un forte elemento perturbante: l’assenza di ogni individuo. “Spazi liminali”, così vengono chiamate quelle stanze che sembrano essere traccia di ricordi infantili non ben definiti. Non è casuale il richiamo a quelle ambientazioni, come non è casuale il successo di questa leggenda tra le generazione nate tra gli anni ’90 e il 2000, forse le prime a credere davvero nella psicoterapia, nel pericolo che comporta una psiche distorta. Forse è così o forse era solo una creepypasta ben riuscita. 

Kane Parson dimostra una grande consapevolezza tecnica pur la sua giovane età, superando le aspettative create con la webserie diretta nel 2022. Il punto è che sarebbe stato facile basarsi solo su quello, nascondersi dietro un concept forte per poi costruirci un intero film con qualche macchia di sangue di troppo sulle pareti. Parson, invece, fa molto di più. Grazie al lavoro di Will Sodik alla sceneggiatura, quella a cui si assiste è un’esplorazione della psiche umana sottoforma di luogo fisico. Il terrore non risiede solo nella creatura che abita quei luoghi, ma nel motivo per cui questi esistono, nel motivo per il quale questi sono così familiari pur non avendoli mai visti. Parson e Sodik mostrano ciò che più ci terrorizza: i meandri dimenticati della mente e i traumi, o mostri, che la abitano

Backrooms si configura come una splendida metafora più profonda di quanto non lasciasse intravedere da locandine e trailer. Sotto quello strato superficiale da horror “basilare”, il film  nasconde una struttura narrativa che lo rende squisitamente postmoderno pur mantenendo un’originalità ineccepibile nell’immaginario portato a schermo. Un’opera che ricorda i brillanti esordi di Cube o Saw, impostando uno standard completamente nuovo per gli horror di questo tipo. Forse un piccolo cult dei nostri anni, non un adattamento, non un remake, ma un film che nasce dal web, fatto da un ragazzo molto giovane che dimostra che il cinema ha bisogno dei giovanissimi, e non solo dei vecchi, soliti, stanchi e stantii film fermi ai peggiori anni ’80

In conclusione, il consiglio è quello di non perdersi Backrooms, di godersi in sala il talento di un ragazzo che si spera possa fare ancora tanto grande cinema come questo. Unica avvertenza per lo spettatore più titubante: se non si ha voglia di assistere ad una seduta di psichiatria d’urto di 105 minuti che invita ad interrogarsi sulla propria di psiche, allora sarebbe meglio cambiare sala e scegliere qualcosa di superficiale

In sala

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