Obsession, la recensione: nefasti incantesimi d’amore

«L’amore è un incantesimo»: forse – ça va sans dire – è una delle frasi più smielate, trite e ritrite della storia. Eppure, era un incantesimo – giocando con il titolo italiano – l’amore tra Cary Grant e Katharine Hepburn in Holiday di George Cukor, due cuori innamorati divisi da classi sociali differenti. Oppure quello strascicato eppure sognante dei due amanti da crociera di Love Affair diretto da Leo McCarey. Impossibile dimenticarsi delle grandi storie d’amore del cinema classico americano che hanno cresciuto, irrimediabilmente, una generazione di cinefili. Curry Barker con Obsession (trailer) distrugge completamente quell’idea ferrea di amore romantico, etereo, strutturando con le nuove forme di linguaggio orrorifiche l’ossessione amorosa e i problemi che ne derivano.  

Bear (Michael Johnston) ama Nikki (Inde Navarrette) da anni ma non sa come dirglielo. Quando capita l’occasione giusta, invece di aprirsi a lei si chiude a riccio. Niente romanticismo spicciolo, solo puro imbarazzo. Nikki non sembra ricambiare lo stesso sentimento: tende più a un intimo rapporto amicale di fiducia e confidenza. Ma quando Bear acquista un misterioso bastoncino magico tutto cambia…

L’amore tra Nikki e Bear nasce da un prodotto di consumo ovvero il “One Wish Willow”: un bastoncino comprato in un negozio di esoterismi che, se spezzato, può far avverare un desiderio. Già qui possiamo tracciare una linea riguardo il tessuto politico che permuta l’opera: tutto è falso, tutto è acquistabile e quindi scialbo, privo di essenza o sentimenti. La critica al consumismo è determinante: Bear non riesce a dichiararsi, ha paura di fallire e acquista un prodotto che possa realizzare uno dei suoi desideri più reconditi. L’acquisizione, lo sperperamento del denaro per un oggetto di consumo, fa sì che finalmente il protagonista possa conquistare il suo amore proibito. Il soldo, quindi, diventa il mezzo più semplice per poter “riuscire” nella propria esistenza. Soprattutto quando poi il prodotto viene venduto ad un prezzo irrisorio, ovvero novantanove centesimi, diventando, quindi, l’emblema del desiderio e della realizzazione alla portata di tutti: borghesi o membri della working class che siano. A tutti è concesso vivere il sogno americano a meno di un dollaro. Basta solamente utilizzare le parole giuste. Importante, seguendo questa chiave di lettura, la scena dove l’amico di Bear, Ian (Cooper Tomlinson) esprime come desiderio un miliardo di dollari e quelli, straordinariamente, gli cadono in testa direttamente all’interno del suo appartamento.

È questa retorica del “sogno”, terribilmente sbagliata, ad essere l’incidente scatenante dell’opera. Nikki si innamora di Bear e finalmente, quest’ultimo, può stringere tra le braccia il suo desiderio più peccaminoso: il sogno proibito oppure l’illusione di una vita. Ma l’ossessione di Nikki diventa, giorno dopo giorno, sempre più opprimente: non lo lascia uscire solo, cerca di chiuderlo dentro casa oppure tiene costantemente lo sguardo rivolto verso Bear, fissandolo costantemente, un pò come noi spettatori osserviamo voyeuristicamente lo schermo. Il sogno diventa incubo: essenza pura della materia orrorifica. E, come in ogni incubo che si rispetti, Bear comincia a provare paura. Il rapporto morboso attuato da Nikki, emblema di una relazione tossica, diventa asfissiante. Tornando alla chiave di lettura consumistica, è essenziale analizzare la scena dove Bear decide di chiamare il numero del servizio clienti dell’azienda produttrice del bastoncino. Gli viene riferito che l’incantesimo si può spezzare solamente con la morte di chi lo ha espresso. Altri tentativi sono del tutto vani. L’errore è sempre del consumatore: delle sue decisioni, del suo stile di vita. Il sogno diventa irraggiungibile, l’oggetto ed il suo acquisto uno specchietto per le allodole. E a rimetterci è sempre chi al consumo è avulso, Nikki appunto, che può liberarsi solo con la fine dell’esistenza, il gesto estremo di Bear. La morte è salvifica poiché cessa il processo consumistico dell’individuo. Pone la fine dello sperperamento, dell’eccesso e assolve l’uomo dai propri peccati. La morte di chi utilizza il “One Wish Willow”, metaforicamente, uccide il consumatore per poter liberare chi al consumo è, appunto, avulso. Quindi a noi vengono alla mente due interpretazioni possibili; solo la morte, in qualche modo, può liberare l’essere umano da questo sistema opprimente oppure, in chiave sessantottina, saremo liberi solo quando il consumismo sarà definitivamente eliminato.

recensione obsession

Il tema fondamentale dell’opera però è tutto concentrato sulle dinamiche amorose. Obsession infatti è un film sul consenso e sulla disfunzionalità dei rapporti. L’amore tra Bear e Nikki nasce dal desiderio ardente di lui contro quello fiacco di lei. Un’imposizione che possiamo leggere anche come di stampo patriarcale, macista, che trascina alla deriva Nikki la quale è completamente assente dal suo corpo che invece ospita una figura oscura, una specie di altra personalità infestante. Personalità che però rappresenta in maniera eccelsa il desiderio recondito di Bear: un amore viscerale e ossessivo dalla donna dei suoi sogni. Ed è nei sogni, in una delle scene chiave del film, che capiamo veramente questa dinamica amorosa. Mentre la personalità nefasta di Nikki dorme, sentiamo parlare quella vera, che chiede aiuto a Bear, intrappolata, anche lei per colpa sua, in un incubo. Ecco che parla dai meandri della sua mente. Forse, appunto, nei sogni dove era stata situata precedentemente anche nella testa del protagonista e che non l’ha mai lasciata andare. Bear però punzecchia la vera Nikki, cede ad un atteggiamento di dominazione e le nega la libertà. Ci viene posta un’altra fondamentale domanda: chi è veramente l’antagonista centrale dell’opera? Bear infatti rovina la vita della giovane, la rinchiude dentro se stessa solo per un puro desiderio personale che non è ricambiato. Diventa, di conseguenza, la vera grande figura negativa all’interno dell’arco narrativo: la fonte di tutti i problemi.

La mercificazione dei desideri produce la costrizione dell’amore. Sentimenti falsi di corpi svuotati. Quello tra i due è un rapporto morboso, la perfetta definizione di relazione tossica scaturita principalmente dal desiderio di una sola delle parti. Come già detto, per più di metà dell’opera seguiamo la vita di Bear stravolta dal comportamento ossessivo di Nikki: sintomo di un amore plastico, fallace, dettato dall’imposizione. Ci viene messo di fronte però anche quello vero e sentimentale provato da Sarah (Megan Lawless), collega e amica di una vita, per il protagonista. Il film mette costantemente in dubbio Bear sulla sua vita e noi spettatori sul suo rapporto con gli altri personaggi. Sarah lo ama, lui la nega ma lei al contrario dello stesso, cerca di non “spremerlo”, di lasciargli respiro e soprattutto di non imporgli nessuna storia amorosa. Se dovrà nascere qualcosa nascerà da sola. Nonostante la sua paura nel dichiararsi e nell’aprirsi sentimentalmente con Bear, Sarah ci appare come genuina: l’esatto contrario del nostro protagonista. Non impone ma lascia andare, anche se erroneamente. La dicotomia delle due personalità è evidente e sottolinea maggiormente la questione della disfunzionalità dei rapporti e delle strutture di potere al loro interno.

Curry Baker viene dal mondo del web, come molti altri autori del genere orrorifico cinematografico degli anni duemila – i fratelli Filippou ne sono un fulgido esempio. Questa nuova wave sta portando al pubblico opere sempre più vicine a dinamiche sociali inespresse, raccontate da giovani per i giovani (basti pensare al topic di Bring Her Back dei Filippou, ovvero il lutto e al suo focus ovvero l’elaborazione di esso). Questo racconto contemporaneo di rapporti sani e malsani segna un tassello fondamentale del genere e del cinema indipendente. L’horror, ancora una volta, torna a farci riflettere sul sociale e sul quotidiano soffermandosi particolarmente su questi nefasti incantesimi d’amore

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