#Venezia78: Illusions Perdues, recensione del film di Xavier Giannoli

Illusions perdues recensione film Xavier Giannoli DassCinemag

L’ultima volta che Xavier Giannoli è stato alla Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, nel 2015, ha portato in Concorso Marguerite, un film in costume liberamente ispirato alla grottesca vita della cantante lirica Florence Foster Jenkins. A questo giro decide di concedersi ancora al costume con Illusions Perdues, presentato ancora in Concorso alla 78esima edizione del Festival e adattamento dell’omonimo romanzo di Honoré de Balzac.

La parabola è delle più classiche e universali, cucita sulla pelle del giovane poeta Lucien (Benjamin Voisin, visto nel recente Été ’85), tipografo in una cittadina di provincia nella ribollente Francia del XIX secolo desideroso di spiccare il volo anche a costo di bruciarsi troppo in fretta. “Beauty forever” è scritto su un cartello affisso in uno dei tanti salotti della nobiltà dove l’arte si fa, si costruisce e si finanzia, attraverso un gioco dove la valuta non è solo il denaro sonante ma sono soprattutto il prestigio e l’influenza che determinano l’ingresso e l’uscita dalle danze della società. Un monito, una vetrina dietro alla quale si cela un baratro che Lucien imparerà a conoscere a sue spese, ignorando le dure leggi della teoria dell’ostrica di verghiana memoria, alle quali è soggetta la magmatica capitale Parigi che pare essere premio scintillante da afferrare a piene mani che in realtà cela spine irte in ogni dove.

E Giannoli sceglie di sottolineare il percorso del ragazzo adottando da subito l’utilizzo di un voice over (la voce è quella di Xavier Dolan, anche attore in un ruolo di secondo piano) come fil rouge costante per le due ore e venti di film, all’inizio non di troppo ma poi sul lungo periodo inevitabilmente pedante (d’altronde alla precedente edizione della Mostra il voice over ha rovinato del tutto un film dall’ottimo potenziale come The World to Come di Mona Fastvold). Ecco, il regista scade nelle sottolineature durante un po’ tutto Illusions Perdues, che eppure si fa forza con l’opera di Balzac e ne trae fuori sezioni anche abbastanza interessanti e divertite.

Nello specifico la parte che funziona e scorre con più piacere è quella che riguarda il coinvolgimento di Lucien all’interno di un mondo del giornalismo culturale e in teoria antisistema che pare una Sodoma, dove tutto è in vendita e dove tutti sono disposti a vendersi cambiando bandiera da un istante all’altro. Si vendono le recensioni, si vendono i pareri, si vende la disponibilità a essere amico o nemico di qualcuno per gonfiare le quotazioni di quel libro o di quello spettacolo, come in borsa (e a guardare la situazione in cui versa l’editoria contemporanea il sapore è quello di un agrodolce requiem).

Lucien però queste regole le adotta ma non le comprende fino in fondo, ritrovandosi per essere come una foglia trasportata dal vento e desiderosa sempre di altro e per questo pian piano risputata via da un mondo che, pur nella sua incoerenza, mantiene però saldi i suoi principi di immobilità sociale. L’amore e la sensibilità, motori primi dell’animo artistico del ragazzo, non esulano da queste rigide dinamiche e anzi sono ulteriore moneta di scambio, di accesso al prossimo gradino di una piramide tremendamente scivolosa.

Illusions Perdues non si prende particolari rischi e scorre via con semplicità, non facendosi desiderare troppo ma nemmeno lasciando il segno, accontentandosi di fare un lavoro pulito e con alcune chicche (la battuta dei critici che vedono Gesù camminare sull’acqua) che possono valere il prezzo del biglietto ma poco più.

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