
A quasi cinque minuti dalla fine de Il raggio verde (trailer), Delphine (Marie Rivière) pronuncia una frase in cui sembra essere racchiuso tutto il senso della sua solitudine. È il 4 agosto e Delphine è seduta davanti al tavolo di un bar a Saint-Jean-de-Luz. È in compagnia di Jacques (Vincent Gauthier), un ragazzo conosciuto poco prima alla stazione di Biarritz. È a lui che Delphine dice: «È meglio vivere sognando un ideale che adattarsi a una mediocre realtà e perdere ogni speranza».
Quinto dei sei film che compongono il ciclo Commedie e proverbi (1981-1987), Il raggio verde è la storia di un’estate che non passa, quella di Delphine, segretaria in un ufficio di Parigi, incastrata nel ricordo di Jean-Pierre e della loro storia d’amore ormai conclusa. Quando un’amica con cui ha organizzato un viaggio in Grecia le telefona per dirle che non partirà più, Delphine non sa dove trascorrere l’estate. Desidera partire, ma non vuole viaggiare da sola. Non ha nessuna intenzione di restare a Parigi, ma rifiuta sia l’invito di Manuella, un’amica che si offre di ospitarla in Spagna, sia quello di sua sorella, che le propone di seguirla in Irlanda, dove ha programmato di trascorrere le vacanze in compagnia del marito e del figlio. Anche quando accetta l’invito a Cherbourg di Françoise, Delphine si sente sola, pur essendo circondata dagli amici di Françoise. Ritorna a Parigi, trascorre un solo giorno a La Plagne, fa nuovamente ritorno a Parigi e infine parte per Biarritz.
A Parigi, a Cherbourg, a La Plagne e a Biarritz Delphine guarda gli altri esistere. Non prende l’iniziativa, non compie azioni per trovare qualcuno o qualcosa, aspetta che siano gli altri a cercarla. È convinta di non avere niente in mano, di non valere niente, di non avere nulla da mostrare – perché crede che se avesse davvero qualcosa da mostrare, gli altri se ne sarebbero già accorti.
Ciò che Delphine cerca, senza tuttavia saperlo, è il raggio verde, ossia l’ultimo raggio del sole che tramonta, descritto da Jules Verne nell’omonimo romanzo da cui il film di Éric Rohmer è liberamente tratto come «un raggio verde, ma di un verde meraviglioso, di un verde che nessun pittore può ottenere sulla sua tavolozza, un verde di cui la natura né nella varietà dei vegetali né nel colore del mare più limpido ha mai riprodotto la sfumatura», che consente a chiunque lo veda di leggere i propri sentimenti e quelli altrui – proprio come avviene a Helena Campbell, protagonista de Il raggio verde di Jules Verne.

Se agli occhi di Alain Robbe-Grillet il film di Éric Rohmer è «un’opera senza sorprese, troppo lineare, paragonabile a una pianta o a un sasso» e per tali ragioni non meritevole del Leone d’oro che le fu assegnato nel corso della 43^ edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, per Giovanni Grazzini, invece, Il raggio verde è al tempo stesso «ritratto, cronaca e rendiconto sociologico», è «un’altra azzeccata incursione nell’universo femminile», che segue quella compiuta da Rohmer nei quattro film di Commedie e proverbi che precedono Il raggio verde (La moglie dell’aviatore, Il bel matrimonio, Pauline alla spiaggia e Le notti della luna piena), ma è soprattutto «un diario di minimi eventi, che hanno il respiro silenzioso della vita qual è».
La forma del diario si rivela allora quella più adatta a tracciare i movimenti emotivi di una donna divorata dalla solitudine e dall’alienazione e i suoi futili tentativi di trovare un posto dove trascorrere le vacanze estive in modo confortevole. Un posto dove sentirsi a casa.
Eppure, Il raggio verde non è l’unico film di Rohmer ambientato in estate. Anche La collezionista, Il ginocchio di Claire, Pauline alla spiaggia, L’amico della mia amica e Racconto d’estate nascono sullo sfondo della stagione estiva. Perché l’estate intriga così tanto Rohmer?
Secondo John Fawell, il regista francese è attratto dall’estate perché in estate tutto si muove lentamente e a tale lentezza corrisponde il modo con cui Rohmer racconta le storie dei suoi personaggi, che proprio nei mesi estivi si ritrovano ad avere «molto tempo tra le mani e troppi pensieri nella testa». A tal proposito Alain Bergala nota la somiglianza tra la vacanza di Delphine – che vaga apparentemente senza scopo, pur essendo alla ricerca di un incontro che possa strapparla dalla solitudine – e il modo di Rohmer di filmarla – ugualmente senza scopo, aperto a cambiamenti spontanei nella sceneggiatura.
Dieci anni dopo Il raggio verde, nel 1996, Rohmer realizza il terzo dei quattro film che compongono il ciclo dei Racconti delle quattro stagioni (1990-1998), Racconto d’estate, definito da Claude-Marie Tremois il «ritratto di un indeciso». L’indeciso è Gaspard, che è un «volontario dell’indecisione» perché «sceglie di non essere scelto» da nessuna delle tre ragazze che gli ruotano attorno. Anche Delphine, in fondo, altro non è se non un’indecisa: non sa dove trascorrere le vacanze estive e, anche quando decide di andare in un luogo, vi resta solo per poco tempo.
Per quasi tutto il film Delphine respinge qualsiasi incontro, non sceglie gli altri e non permette che gli altri la scelgano, ma non smette mai di attendere che «venga il tempo in cui i cuori s’innamorano», come recita un verso di Arthur Rimbaud posto in apertura del film. E quel tempo arriva, come il bagliore verde che incendia l’ultimo raggio del sole che tramonta.
Bibliografia:
J. Fawell, Éric Rohmer’s oppressive summers, «The French Review», aprile 1993, vol. 66, n. 5.
G. Grazzini, Il raggio verde, «Il Corriere della Sera», 2 ottobre 1986.
J. Verne, Il raggio verde, 1882.

