Hope, la recensione: rinnovare la tradizione “aliena”

Dieci anni dopo The Wailing, Na Hong-Jin torna con un’opera dall’enorme sforzo registico: si tratta di Hope (trailer), presentato in anteprima italiana alla Festa del Cinema di Roma nella sezione Best of 2026 e ora in sala. Il regista sudcoreano, che si era finora destreggiato con film dai toni thriller e horror, riprende il mito cinematografico dell’alieno arrivato a colonizzare la terra, cercando di aprire un nuovo universo diegetico che possa regalare al pubblico appassionato una saga efficace.

Nella piccola cittadina di Hope Harbor, un cadavere di una mucca viene ritrovato al centro di una strada sterrata. È il primo di una lunga serie di segnali lasciati da una forza distruttiva e misteriosa, talmente veloce da rendere difficile la sua identificazione. Almeno finché il poliziotto Go Bum-Seok non riesce a vedere con i suoi occhi la fonte di tale distruzione: un’entità mostruosa e, insieme, tremendamente umana. E non è da sola. Da allora Bum-Seok e un gruppo progressivamente crescente di personaggi si uniscono per cercare di eliminare questa forza aliena con tutti i loro mezzi.

Na Hong-Jin si destreggia con Hope nel difficile tentativo di dare inizio a una nuova saga di film con tematica centrale la difficile convivenza tra esseri umani e alieni. È complesso riuscire a innovare, è complesso riuscire ad intrattenere per un film che copre 2 ore e 37 minuti di durata. Se per la prima questione saranno probabilmente i film a seguire a fornire una risposta completa, Hope riesce egregiamente nel secondo compito. Il regista sudcoreano sceglie poi di intrattenere con meccanismi registici per nulla scontati. Interessante è, a questo proposito, il voluto ritardo nella comparsa dell’alieno. La creatura resta fuoricampo per lo spettatore e per lo stesso protagonista per quasi l’intera ora di inizio film. Chi guarda resta coinvolto puramente da un’azione di cui si possono vedere le conseguenze, ma di cui non si riesce a lungo a vedere la fonte. E quando effettivamente questa viene mostrata, l’effetto catartico è decisamente efficace e funzionale allo scorrere della narrazione: si resta colpiti dalla potenza di questa entità e insieme affascinati dal suo lato umano, che ferma e agghiaccia lo stesso protagonista.

Da quel momento in poi si iniziano ad accennare tutti spunti che diventeranno probabilmente centrali nei prossimi film, con indizi che rimandano al pianeta di provenienza degli alieni, alle loro tradizioni, al loro world building. Per quanto questi riescano ad incuriosire, il film pecca, nella fretta di mostrare questi dettagli, di approfondire poco le loro anime, i lati più profondi dei personaggi. È faticoso riuscire ad entrare nelle loro storie, ad appassionarsi alle loro vicende, quando le informazioni che vengono fornite su di loro fanno emergere un ritratto estremamente superficiale. Può comunque essere un effetto voluto: ciò che colpisce di questi personaggi è proprio la loro lucidità quasi meccanica nel cercare di raggiungere l’obiettivo, cioè l’eliminazione di queste forze straniere. Questa determinazione nel portare a termine il loro compito è spesso portata all’estremo, e in varie scene chi guarda è più volte portato a chiedersi se le cose sarebbero potute andare diversamente se i personaggi non avessero immediatamente reagito alla comparsa delle creature con una costante e cieca violenza.

Per il primo capitolo della creazione di questo nuovo immaginario Na Hong-Jin dimostra tutta la sua maestria registica. Le inquadrature risultano essere sempre efficaci e mantengono vivo l’interesse dello spettatore, in un’alternanza tra macchina a mano e primi piani alle volte vertiginosa, ma esattamente coinvolgente. L’impegno nel dirigere Hope è reso evidente anche dalla difficoltà delle scene d’azione, soprattutto nell’ultimo atto del film, in corse a cavallo attraverso i fitti boschi della Corea: il lavoro di macchina e di organizzazione con gli stuntman deve essere stato maniacale. In questo aiutano anche le ottime interpretazioni dei vari interpreti: Hwang Jung-Min, che aveva già lavorato con Na Hong-Jin per The Wailing, Zo In-Sung, che trova in questi mesi il suo periodo di massimo splendore, visto il suo recente ruolo nell’attesissimo Possible love di Lee Chang-Dong, e Hoyeon, nota soprattutto per la sua commovente e insieme sfaccettata interpretazione in Squid Game. La presenza di attori europei quasi come prestavolto per le creature aliene invece è meno d’impatto, ma non nuoce all’opera nel complesso: è stata probabilmente una scelta motivata dalla volontà di attrarre il pubblico occidentale, che raramente presta l’attenzione meritata a opere sudcoreane, con più facilità.

Hope, presentato in anteprima anche al Festival di Cannes in concorso per la Palma d’Oro, risulta essere una buona prima prova per quella che diventerà probabilmente una saga fantascientifica. Nonostante i vari limiti, tra cui anche un apparato di effetti speciali che stona decisamente rispetto alla realtà in cui gli attori si muovono, riesce a conquistare l’attenzione dello spettatore e la porta con sé fino all’ultimo momento. Con la promessa di un continuo ancora più avventuroso, Na Hong-Jin lascia chi guarda e gli stessi personaggi scissi a metà tra la speranza per il futuro e la tensione di un presente complesso.

In sala.

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