#Venezia83: Possible Love, la recensione del film di Lee Chang-dong

“Non desiderare la roba d’altri.”

E’ il decimo comandamento ad aprire la nuova opera di Lee Chang-dong, a sette anni dall’ultimo film, l’elogiatissimo Burning. Già utilizzato da Krzysztof Kieslowski per il suo Decalogo, il regista coreano recupera l’ultima delle regole che Dio dettò a Mosè sul monte Sinai per un’opera dall’impegno cinematografico enorme.

Possible Love (trailer), proprio come Burning, è all’apparenza un film dalla struttura semplice. Si intrecciano le storie di due coppie, una di alto-borghesi, l’altra di proletari. Lee Ye-ji (Cho Yeo-jeong) è una documentarista che vuole realizzare un film a testimoniare l’ondata degli scioperi avvenuta in Corea del Sud a seguito di licenziamenti di massa. Ahn Mi-ok (Jeon Do-yeon) diventa allora il soggetto ideale, lavoratrice positiva e disponibile, moglie di Choi Ho-seok (Sul Kyung-gu) , che ha partecipato in prima linea proprio ad uno dei movimenti operai più importanti degli ultimi anni e che da allora si è chiuso in un guscio di incomunicabilità. Il marito della cineasta, Sang-woo (Zo In-sung), rappresenta invece la rettitudine, in ambito lavorativo e relazionale, in quanto a capo di un’azienda ereditata che dirige con una serenità quasi asettica, così come il rapporto di coppia. Le storie dei quattro personaggi si intessono, fondendosi tra loro e facendo emergere le differenze più profonde.

Il comandamento con cui si apre il film è lapidario. Indirizza lo spettatore ad una serie di riflessioni che potrebbero facilmente ricadere su desideri nascosti, passioni segrete, tradimenti. Chi però conosce il regista sudcoreano, può immaginare che la via percorsa da Lee Chang-dong sarà di stampo ben più fine. Possible Love non è affatto una storia d’amore, o radicata semplicemente nell’analisi dei sentimenti umani. È piuttosto un’indagine sottile e puntuale delle differenziazioni sociali ed emotive che si innescano puntualmente nella società odierna.

Il film segue per gran parte della sua durata la costruzione che Lee Ye-ji opera del suo documentario. Questa viene perlopiù ideata sul momento, complice l’aiuto senza filtri di Ahn Mi-ok, che apre le porte del suo luogo di lavoro, e successivamente della sua stessa casa. Lee Ye-ji e il marito però, iniziano ben presto a diventare predatori nella loro ricerca di nuovi contenuti al di fuori della vita benestante. Ciò accade in modo subdolo ed estremamente sottile: la morbosa curiosità, l’incapacità di costruire un reale sentimento di affetto nei confronti di ciò che la regista rappresenta, si insinuano flebilmente in una parete di apparente unione sociale tra le diversità. La documentarista cerca sempre più di trovare nuovi lati della vicenda da rappresentare, colta da una fame che non sembra mai raggiungere la sazietà e che intende inghiottire con la macchina da presa tutto ciò che trova sul suo percorso. Suo marito è allo stesso modo attratto dalla solarità, dalla disponibilità genuina di Ahn Mi-ok, e ricerca la sua presenza progressivamente sempre di più. I due si coprono di continue rassicurazioni e giustificazioni che si dicono l’un l’altro riguardo il rapporto sempre più stretto che stanno stringendo con l’altra coppia: si ripetono che stanno costruendo un rapporto di affetto con i due, che il loro avvicinamento è puramente funzionale alla buona riuscita del documentario. È dunque l’arte cinematografica in questo caso, a filtrare gli impulsi ben più profondi della coppia benestante. La loro vita è carica, piena solo nel momento in cui riescono a conquistare la coppia proletaria, solo quando riescono estrarre da loro una linfa vitale nuova, che scuota la monotonia di una vita già perfetta.

possible love dasscinemag recensione

Lee Chang-dong dirige magistralmente un’opera che si articola su più piani. Attraverso il mezzo cinematografico racconta non solo una storia di difficili dinamiche sociali, ma introduce mediante Choi Ho-seok, che è il personaggio più intertestuale, una tematica di attualità molto cara ai cineasti coreani. Gli scioperi contro le regolamentazioni sempre più punitive delle grandi aziende sono una realtà estremamente presente fin dal 1987, con il primo grande movimento operaio. In particolare, le vicende narrate nel film sono direttamente ispirate a il Ssangyong Motor Strike del 2009, un’occupazione di fabbrica da parte dei sindacati durata 77 giorni terminata con il violento intervento della polizia e a seguire il suicidio di molti operai. Choi Ho-seok ha subito un ingiusto licenziamento, si è ribellato con i suoi colleghi e si è poi sentito tradito da loro stessi, quando la polizia si è abbattuta su di lui e nessuno si è fermato ad aiutarlo. Questo sentimento, le reali sensazioni di Ho-seok non sono però mostrate allo spettatore mediante il filtro del documentario di Lee Ye-ji, anche quando lei riesce a strappargli delle dichiarazioni. La sua sensazione di aver fallito, il sentimento di abbandono, sono mostrate da Lee Chang-dong mediante flashback, spezzoni delle sedute di gruppo a cui Choi Ho-seok si concede, mostrando con esse tutte le possibili sfumature del trauma che il rigido sistema lavorativo coreano ha costruito nel tempo. Lo shock del licenziamento, la disperazione nel ricercare un nuovo posto nella società per tornare ad esistere come individuo è tematica centrale nel cinema sudcoreano anche recente, come dimostra No Other Choice di Park Chan-wook.

L’opera gode di un apparato registico impeccabile, aiutato da delle interpretazioni riuscitissima tra cui spiccano quelle di Jeon Do-yeon e di Sol Kyung-gu. I due hanno già collaborato con il regista: Sol kyung-gu per Peppermint Candy, Jeon Do-Yeon per Secret Sunshine, che le ha permesso di essere la prima attrice coreana della storia a vincere il Prix d’interprétation féminine al Festival di Cannes nel 2007. A colpire è poi l’utilizzo delle musiche, in uno stile minimalista dal compositore Jung Jae-il, che ha già lavorato per opere del calibro di Parasite, Mickey 17 e le due note serie televisive, Squid Game e Mr.Sunshine. Lee Chang-dong stesso ha dichiarato in conferenza stampa che non ama utilizzare molta musica, e che se sceglie di farlo, vuole che essa faccia affiorare naturalmente i sentimenti invisibili all’interno delle scene, e in Possible Love emerge proprio questo aspetto.

Lee Chang-dong nella sua ultima opera si interroga dunque su quale sia la forma “corretta” di rappresentare un evento doloroso e fino a che punto un cineasta possa spingersi nel raccontare questo trauma senza ricadere in forme di tirannia nei confronti delle vittime stesse. Cerca di raccontare quanto il narrare determinati eventi possa facilmente trasformarsi in un volersi appropriare di quelle storie e dei suoi protagonisti. Queste tensioni emergono naturalmente soprattutto nell’ultimo atto del film, per un’opera che copre in totale 169 minuti ma che trova proprio tra i suoi pregi più efficaci un ritmo costante, che permette allo spettatore di restare coinvolto in ogni dialogo fino all’ultima scena. Finale che è chiave dell’intero racconto e che apre totalmente il sipario sulla verità nuda delle due, inesorabilmente diverse, coppie. Possible Love dimostra ancora una volta come spesso a desiderare qualcosa in più, una nuova alterità siano proprio quei rapporti apparentemente colmi di perfezione.

You May Also Like

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Ho letto la privacy policy e acconsento al trattamento dei miei dati personali ai sensi del Regolamento Europeo 2016/679 (GDPR) e del D.Lgs. n. 196 del 2003 cosi come novellato dal D.Lgs. n. 101/2018.