#FKFF24: The King of Pigs, la recensione del film di Yeon Sang-Ho

«Quando diventeremo adulti tra 10 o 20 anni, ho paura che voi ripenserete a questi giorni, e penserete a quanto siano stati belli e a quanto vi manchino. Io prometto di rendere questi ricordi così orribili che vi farà male ricordarli.»

Cercare il riscatto nel ricordo, lasciare un segno nella memoria di ognuno così forte da compensare tutto il dolore subito. È questa la filosofia a cui giunge Chul, personaggio evocato solo attraverso ricordi, che è eppure il cuore pulsante dell’opera di Yeon Sang-Ho, The King of Pigs (trailer). Partendo dal ricongiungimento ad una cena tra due uomini, Jung Jong-Suk e Hwang Kyung-min, avvenuto dopo 15 anni dal loro ultimo incontro, il film si addentra infatti nel raccontare il loro passato ai tempi della scuola. Quei giorni vissuti tra umiliazioni quotidiane da parte dei bulli e situazioni familiari difficili hanno lasciato i due ragazzi avviliti e senza punti di riferimento. La situazione cambia con l’apparentemente salvifico arrivo di Chul, il loro “re dei maiali”, unico bambino in grado di tenere testa ai bulli. Ma nulla è come sembra, e l’apparente durezza d’animo di Chul nasconde una profonda fragilità mascherata da filosofie di vita cupe, alla ricerca di un significato in un’esistenza che sembra essere priva di senso.

Film di debutto del regista sudcoreano Yeon Sang-Ho, The King of Pigs getta le basi per ciò che la sua filmografia non perderà mai. La crudezza con cui il regista mette a nudo le dinamiche psicologiche e le reazioni al trauma dei personaggi restano caratterizzanti in tutti i suoi film, tra cui The Fake e Eolgul. Yeon Sang-Ho non ha paura di attraversare la cupezza di una tematica come il bullismo, lo fa senza filtri, sublimando il tutto con la nitidezza e la pulizia del disegno animato. Stilizza la violenza, ma non per questo essa perde di dettagli. Il ricorso all’animazione piuttosto che un film con con interpreti reali permette al regista una più ampia libertà nella caratterizzazione dei personaggi, costruendo l’identità degli stessi senza alcuna mediazione attoriale. Questa scelta caratteristica ha permesso a The King of Pigs di essere candidato al Festival di Cannes del 2012 nella sezione Quinzaine des Réalisateurs, diventando così il primo film d’animazione per adulti coreano della storia ad essere selezionato.

Il regista racconta di un contesto scolastico stratificato in una gerarchia di caste sociali. Ogni classe ha dei capi che controllano e sottomettono tutti gli altri alunni alla loro violenza, e che a loro volta sono sottoposti allo stesso controllo dai vertici dell’organizzazione. Questo meccanismo è così radicato all’interno del sistema scolastico da sembrarne esso stesso parte integrante, un male inesorabile da cui non ci si può sottrarre. L’unica soluzione sembra essere quella di sottomettersi e arrendersi ad esso, in un’ineluttabilità della violenza che ricorda Il signore delle mosche di William Golding. The King of Pigs è tra i primi a denunciare un contesto di violenza classista che ad oggi trova eco in altri prodotti che raccontano la tematica con altrettanta profondità, come le recenti serie sudcoreane ora su Netflix Weak Hero Class e The Glory. The King of Pigs stesso ha ispirato un’omonima serie di 12 episodi che mantiene la backstory dei personaggi esplorando però maggiormente il tema della vendetta nel personaggio adulto di Kyung-min.

Come in altre serie e film (tra cui la stessa Weak Hero Class), il regista sceglie di indagare le modalità di affrontare questo sistema di soprusi mediante una dinamica di trio. Jong-Suk è un aspirante scrittore che non riesce a pubblicare nulla, e con un rapporto conflittuale e saturo di gelosia con la compagna. Kyung-min apre il film con l’omicidio di sua moglie e un fallimento lavorativo disastroso. I due simboleggiano le vite distrutte dal sistema malato in cui sono cresciuti fin da bambini, quando in loro si è introdotta un’oscurità da allora irrevocabilmente legata alle loro persone. È allora, al punto più basso delle loro vite, che i due si rincontrano e riconnettono i fili del presente con quelli del passato. Kyung-min è sempre stato, e si definisce ancora “un codardo”. Egli subisce gli abusi dei bulli, pur volendo reagire, ma anche quando arriva Chul a mostrargli una via alternativa, non riesce ad abbandonarsi totalmente neanche a quella. Jong-Suk segue più ciecamente gli insegnamenti di Chul, portandoli spesso all’estremo fino al capolinea della storia dei tre.

Il cuore diventa quindi Chul. Questo esile ragazzo dalla voce femminile spiega ai due amici che per sconfiggere i bulli bisogna essere più cattivi di loro. I suoi compagni sono particolarmente colpiti dalla sua filosofia e ognuno con i proprio tempi iniziano a seguire con pieno coinvolgimento gli insegnamenti di Chul. Col passare del tempo il ragazzo realizza però che essere più malvagi non basta, deve diventare lui stesso un vero e proprio mostro. Sul piano pratico la sua filosofia vuole realizzarsi in un grande atto finale che sconvolga per sempre le vite dei suoi avventori, un suicidio pubblico. Chul ricerca disperatamente un modo di lasciare il segno, un sistema per poter riscattare tutto il dolore che lui è costretto a sopportare. È una strategia fragile, una flebile rassicurazione che il ragazzo dà a sé stesso per continuare a dare un significato a ciò che ha vissuto. L’amico Kyung-min osserverà poi da adulto che nonostante non sappia come i bulli ricordino i tempi della scuola dopo il giorno del grande gesto, sa per certo che lui e Jong-Suk non li ricorderanno mai con felicità. Tutto alla fine rischia di essere vano, in una microsocietà che non lascia alcun tipo di libertà nella crescita individuale.

The King of Pigs mostra come il bullismo e sistemi così costrittivi possano influenzare le vite delle vittime fino ad intrappolarle in cicli di violenza da cui sembra impossibile uscire. L’amicizia pare essere l’unico elemento puro, che però rischia esso stesso di sfaldarsi sotto il peso di psicologie fragili e confuse. Gli occhi lattiginosi dei protagonisti di fronte agli eventi traumatici subiti agghiacciano anche lo spettatore e lo lasciano ad interrogarsi sulla possibilità o meno dell’esistenza di una nuova forma di speranza di fronte a tutta questa oscurità.

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