
Dopo l’enorme successo commerciale di Train to Busan, Yeon Sang-Ho non ha più smesso di rinnovare l’orizzonte cinematografico coreano. Zombie e mondi robotici cospargono il suo mondo, mettendo in luce gli aspetti più complessi della società odierna. Tra serie tv come Kiseiju e produzioni Netflix come Revelations, il regista si è affermato e continua a confermarsi uno dei più grandi autori sci-fi e horror degli ultimi anni. Nel 2025 è invece tornato al cinema indipendente e low budget con il film Eolgul. Con quest’opera Yeon Sang-Ho riflette su alcune delle tematiche più importanti del suo cinema, con uno stile cupo e profondo. In occasione della presentazione in Italia di questo titolo, il Florence Korea Film Fest ha dedicato al regista sudcoreano una splendida retrospettiva che recupera tutti i titoli fondamentali della sua filmografia, dai primi film di animazione ai sui lavori più recenti. Interessati al rapporto con la società delle tematiche centrali della sua filmografia, abbiamo avuto l’onore di poter porre qualche domanda al regista sudcoreano.
Partendo dal suo ultimo film, in esso si tratta la tematica dell’apparenza. Emblematica è la scena finale, in cui viene rivelato il volto della madre del protagonista, aprendo la strada a molte riflessioni. In generale questo tema dell’immagine torna spesso nella sua filmografia, ad esempio in film come Jung-E, in cui si parla anche dell’immagine personale utilizzata al di fuori della volontà della persona. Come si relaziona secondo lei questo tema all’idea di identità in una società sempre più digitalizzata e legata all’apparenza?
Vorrei intanto dare una piccola spiegazione del film The Ugly (o Eolgul). Bisogna infatti comprendere il contesto storico, poiché dopo la Guerra di Corea del 1950, tra gli anni ‘70 e gli anni ‘80 in Corea c’è stato un boom economico, quindi si parte da quell’ambientazione lì. A causa dell’influenza di questo rapido sviluppo economico, si è diffusa una mentalità per cui tutto è legato alla “realizzazione”. Le persone sono alla costante ricerca di questo raggiungimento della meta personale. Si può dire che non sia un fenomeno che riguarda solo la Corea, ma un po’ tutto il mondo. Se guardiamo l’altra faccia di questa ricerca disperata del successo, ci si può porre la domanda “Cosa abbiamo perso lungo il percorso?”. Ad esempio, abbiamo il protagonista di Eolgul, Im Yeong-gyu, che è un personaggio non vedente. A questo personaggio ho attribuito questa ossessione per la realizzazione e il successo, perché essendo non vedente lui non sa la bellezza degli oggetti che crea, e per questo dipende direttamente dall’opinione altrui. E spesso quest’ossessione per il successo finisce per basarsi esclusivamente su questo output esterno. Credo appunto che non sia un fenomeno confinato in Corea, bensì un processo globale. Questo nel film si riflette anche nel rapporto che Im Yeong-gyu ha con la moglie. Non potendola vedere, anche in questo lui fa completamente affidamento sul parere delle altre persone. Ritengo che questo rappresenti una vera tragedia della società attuale. Gli altri diventano solo dei numeri quantificati, così come il loro giudizio e i loro pareri, e possiamo tranquillamente vederlo anche sui social. Quello che volevo fare con The Ugly era proprio cercare di uscire da questa realtà. Rispetto ai precedenti film che ho fatto, si tratta infatti di una produzione low budget. Col passare del tempo, mi sono ritrovato ad essere ossessionato dai numeri e dalle statistiche riguardo i miei precedenti film. Questa è stata per me un’occasione e un tentativo di evadere da questa situazione, cercando il più possibile di non farmi influenzare dalle opinioni del pubblico.
Nella sua filmografia una tematica che ricorre è la divergenza nei rapporti familiari, che spesso si basa su una vera e propria insicurezza di base. Per esempio si può notare quest’elemento in Train to Busan e in Psychokinesis con il rapporto padre-figlia o in Revelations tra il pastore e la moglie. Perché la famiglia ha un ruolo così importante nel suo cinema? Questa “insicurezza” familiare è in qualche modo intrinseca alla società coreana?
Ritengo che la Corea sia uno dei paesi in cui il legame familiare sia più importante. Sono fermamente convinto che quando una persona viene al mondo instaura la sua prima relazione proprio con la famiglia, che rappresenta la più piccola unità di società con cui ha a che fare, come una miniatura di un oggetto nel suo complesso. Piuttosto che concentrarmi sul dare una mia definizione netta di società, ho voluto rappresentare un po’ questo: i legami di sangue possono essere inizialmente un po’ instabili, un po’ divergenti, però nei film che ho prodotto rivelo come si possa sempre raggiungere una nuova famiglia, un’alternativa. Lo mostro appunto in film come Train to Busan e in serie come Kiseiju. Questo si può dunque vedere anche su scala maggiore: può succedere che la società con cui un individuo si rapporta possa essere incompleta o destabilizzante, però a un certo punto si può riuscire a raggiungere un’altra realtà che invece ha finalmente senso. Come componenti della società abbiamo un senso del dovere che ci spinge a prendere in mano la situazione, e se la società in cui stiamo non ci va bene, siamo naturalmente portati a cercare di modificarla e trasformarla.

Sempre riguardo questa tematica dei rapporti familiari e come influenzano il nostro comportamento, in Eolgul Park Jeon-min, attore con cui aveva già collaborato in Psychokinesis, interpreta sia la parte del figlio che del padre da giovane. È una scelta puramente tecnica o c’è qualcosa di simbolico alla base?
Questo è un fatto molto interessante, soprattutto osservandolo in relazione a un discorso sulle generazioni coreane. Ad esempio, la generazione di mio padre la guerra un po’ l’ha vissuta e così ha osservato anche in tempo reale questa modernizzazione improvvisa e rapida di cui parlavamo prima. Ma questo non è propriamente avvenuto subito dopo la Guerra di Corea. Inizialmente i cambiamenti c’erano sicuramente, ma non erano rapidi quanto invece lo sono stati dagli anni ’70 fino agli anni ’90, e quella è la generazione che ho vissuto a pieno io. Quindi, se vado ad osservare il modo in cui è cresciuto mio padre, ci sono delle differenze abissali, è come se io avessi un vero e proprio muro nel rapportarmi con lui. Se invece osservo la relazione che io ho con i miei figli ci sono certamente delle differenze, ma non è tanto evidente quanto avviene tra me e mio padre. Sicuramente ci saranno anche dei retaggi a livello genetico e generazionale, ma avendo alle spalle un vissuto così diverso e con ambienti talmente differenti percepisco una barriera invalicabile rispetto alla generazione di mio padre. Ho pensato che sarebbe stato interessante far interpretare allo stesso attore i due ruoli perché simboleggia proprio lo sforzo del figlio nel cercare di mettersi nei panni del padre, un tentativo disperato che però nonostante tutta fatica non riesce a realizzarsi. Allo stesso tempo prova compassione nei suoi confronti, perché il desiderio di avvicinarsi all’altro c’è. È come un paradosso, un circolo vizioso da cui non si riesce ad uscire, ed è per questo che ho scelto di utilizzare lo stesso attore.
Nell’ultimo periodo in molti film e k-drama si tratta la tematica della violenza, trasposta sotto forma di violenza nei rapporti familiari o, più spesso, di bullismo. È una violenza di matrice psicologica e profonda, piuttosto che prettamente fisica. Questo rientra anche in molti suoi film, come Eolgul e soprattutto in The King of Pigs. Ritiene che questa rappresentazione rifletta un’oscurità intrinseca alla società coreana?
Potrei rispondervi dicendo che ci sono moltissimi contenuti coreani che non contengono violenza, però stranamente all’estero diventano noti quasi solo quelli ricchi di essa. Ora mi viene in mente ad esempio la serie su Netflix When life gives you tangerines, contenuto molto diverso rispetto a quelli che mi avete descritto. Non credo sia una nostra tendenza, ma piuttosto ciò che al di fuori dei confini coreani viene percepito come di maggiore interesse. È un aspetto interessante su cui riflettere. Credo che ormai sia diventato un po’ il destino dei contenuti asiatici. Già negli anni ’90 i prodotti di animazione giapponese ricchissimi di violenza, che in realtà sono un po’ il simbolo dell’età espressa, erano famosi in tutto il mondo. Eppure se qualcuno mi chiedesse se tutti i contenuti giapponesi dell’epoca fossero così violenti, risponderei che non è così. Anche nel cinema di Hong Kong ci sono un sacco di film drammatici e melodrammatici. Eppure all’estero sotto i riflettori ci finiscono quelli più violenti. Ritengo che sia un pattern consolidato, ed è uno schema che si sta riversando anche sui contenuti coreani.
Domande a cura di Livia Minorenti e Francesco Rosati.

