#FKFF24: The Ugly, la recensione del film di Yeon Sang-ho

Recensione di The Ugly, presentato in anteprima al Florence Korea Film Fest

Quanto conta “apparire” nella nostra società? Quanto conta l’aspetto, il modo di comportarsi e l’idea che le persone hanno di noi? Difficile dirlo: tracciare un’unica linea di pensiero al riguardo è un inattuabile esercizio stilistico. Eppure, è da queste false regole imposte sulla quale si basa The Ugly (trailer), la nuova opera di Yeon Sang-ho presentata in anteprima italiana alla 24° edizione del Florence Korea Film Fest

Im Dong-hwan (Park Jeong-min) lavora al negozio del padre Im Yeong-gyu (Kwon Hae-hyo), un cieco incisore di timbri ormai diventato una figura di spicco in Corea del Sud. Quando il corpo della madre Jung Young-hee (Shin Hyun-been) viene ritrovato, dopo quasi quarant’anni dalla sua scomparsa, il figlio inizia una ricerca sui suoi ultimi giorni di vita, cercando di racimolare informazioni alla scoperta della verità.

Quello di The Ugly è un mondo pieno di figure infime. La rappresentazione di una società chiusa in se stessa: legata al mondo arcaico dei pregiudizi delle vecchie generazioni. L’opera gioca sul significato di apparenza nella struttura sociale, nel trambusto infimo della vita quotidiana. Tutta la storia è costruita su flashback: racconti di chi ha avuto modo di conoscere Young-hee, soprattutto nei giorni precedenti alla sua scomparsa. Tassello dopo tassello, il personaggio di Im Dong-hwan si ritrova a subire un resoconto deforme e scarno della stessa, giudicata “brutta” e, per questo, agli occhi degli altri avente meno valore. La narrazione, durante i racconti degli intervistati, assume le sembianze delle dinamiche del suo sguardo: ciò che vediamo nei flashback sembra far parte del mondo immaginativo di Dong-hwan, influenzato irrimediabilmente dalle descrizioni altrui. Per questo non vediamo mai il volto della madre, poiché il figlio non ha mai potuto conoscerla. Questo mondo, però, diventa il fulcro del sistema narrativo del film: il figlio si fa complice dei racconti che gli vengono narrati, immaginando sempre e solo le scene così come descritte. Quella che ci viene posta è una realtà oggettiva? Sang-ho ci lascia con un dubbio profondo ma, allo stesso tempo, ci offre tutte le chiavi per provare a raggiungere una nostra conclusione.

Recensione di The Ugly di Yeon Sang-ho

Perché sia la madre che il padre vengono visti come Freak? E come tali derisi o trattati con condiscendenza? Visti come “eccezione” in un mondo che prova a stabilire una sola ed inconcepibile “regola” universale? Ogni gesto, ogni storia raccontata dai personaggi narra questa malsana idea di società. Un’idea che si basa sulla giustificazione: il lasciarsi trascinare dal parere altrui senza instaurare una lotta volta a destrutturare la morale sociale. Tutti cercano di non accendere un possibile e tortuoso scandalo, di non cadere nell’oblio per finire poi ad essere letti e giudicati dalle altre persone. Molto importante da questo punto di vista è la scena dove, una delle colleghe della madre, racconta l’abuso ricevuto sul lavoro da parte del suo superiore. Mentre Young-hee cerca di organizzare una protesta, la collega la ferma, addirittura colpendola in viso. Questo per evitare che si sappia del suo abuso, per non far parlare di lei.

Ecco come lo sguardo altrui diventa essenza vitale: l’unico modo per sopravvivere in questo folle mondo. Nell’opera ogni personaggio è plasmato intimamente da questo inossidabile giudizio diffuso: anche la giornalista che accompagna Dong-hwan nelle sue interviste ha bisogno del parere del pubblico, di uno scoop eccitante per continuare a vivere nella società. Per questo registra di nascosto ogni conversazione con una piccola telecamera nascosta nella borsa. Nessuno è salvo: tutti sono schiavi del loro apparire e delle loro azioni. Come dei Lucien de le Illusione Perdute, in cerca di un posto in una città, ormai, volta ad un consumo repentino ed immoderato.

Come detto da Yeon Sang-ho nell’intervista da noi curata, l’affidamento del parere delle altre persone da parte del padre per riuscire a capire il volto di sua moglie, rappresenta «una vera tragedia della società attuale.» Fenomeno che in questi ultimi anni è influenzato dalla tecnologia dove «gli altri diventano solo dei numeri quantificati, così come il loro giudizio e i loro pareri, e possiamo tranquillamente vederlo anche sui social.» Il sentiero tracciato dal regista con quest’opera, quindi, è anche un modo per parlare dell’evoluzione dell’apparenza nel contemporaneo: dei suoi nuovi vizi e delle sue nuove forme. In un mondo sempre meno avulso alla progressione tecnologica, la nostra identità e le nostre informazioni personali sono in costante pericolo. Se Dong-hwan avesse utilizzato solo fonti travisate online, la narrazione della storia sarebbe stata diversa? Probabilmente sì, ma l’idea di apparenza, questo costante voler mettersi in buona luce e calpestare il prossimo affinché avvenga, non sarebbe minimamente cambiata.

Sang-ho torna in sala con un oscuro e cupo thriller a basso budget che rispecchia mirabilmente tutta la sua poetica. La famiglia, come insieme disunito, ritorna in maniera ricorrente per raccontare le insidie dell’apparenza (già narrate in Jung_E) nella società odierna. The Ugly è un’opera tesissima, che ci pone davanti a fondamentali quesiti etici e morali ma, soprattutto, un film sul vedere ed essere visti in un mondo che dimentica chi siamo.

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