“Filth is my life”, i 50 anni di Pink Flamingos

«L’essenza del camp è il suo amore per l’innaturale: per l’artificio e l’esagerazione», questo scrive Susan Sontag nel suo celebre saggio Notes on Camp in cui spiega e analizza vari aspetti della sensibilità camp. Quando si parla di questo termine in ambito audiovisivo, è impossibile poi non collegarlo immediatamente all’opera di John Waters, “il Papa del trash”, colui che è riuscito a superare in ogni modo i limiti del gusto.

Nel 1972, John Waters aveva ventisei anni e quattro corti e due lungometraggi all’attivo, Mondo Trasho e Multiple Maniacs che possedevano già tutte le caratteristiche del suo cinema sacralizzate poi in Pink Flamingos (trailer), film uscito quell’anno e decisamente il suo lungometraggio più famoso. Girato con 12mila dollari presi in prestito dal padre, il film esce nelle sale statunitensi ironicamente nel giorno di San Patrizio, quasi a sottolineare il suo carattere di trasgressione contro il cattolicesimo della comunità di Baltimora in cui Waters e i suoi collaboratori erano cresciuti.

Pink Flamingos porta all’estremo le parole di Sontag: qui c’è tutto infatti, l’innaturale, l’artificio e l’esagerazione. Il film ruota intorno a Babs Johnson, interpretata da Divine, serial killer che vive in una roulotte con la madre disabile, suo figlio e la sua partner Cotton. Un giorno la donna legge su un quotidiano di esser stata nominata “la persona più disgustosa del mondo” e ciò attira le invidie di una coppia, i Marbles, che vogliono rubarle il titolo.  Il cast e la crew comprendono gran parte degli storici collaboratori di Waters, i Dreamlanders, Divine – appunto – Edith Massey, Mink Stole, David Lockhary, la casting director Pat Moran, e l’art director Vincent Peranio.

L’esagerazione in Pink Flamingos sta non solo nelle fisicità ma anche nella caratterizzazione dei personaggi, cattivi, spietati, disgustosi e repellenti e innaturale è la recitazione, monotona e artificiosa che va a ribaltare lo stesso concetto di sospensione dell’incredulità in un tono canzonatorio e parodico della stessa settima arte anche nel tipo di temi trattati. Ma d’altronde Sontag stessa sostiene che il camp «trasforma il serio nel frivolo» e infatti il lungometraggio affronta ogni tipo di pratica disgustosa, dall’incesto allo stupro, la masturbazione, il cannibalismo, l’omicidio e addirittura la coprofagia nella celebre scena finale. Se questi temi portano lo spettatore al disgusto, allo stesso tempo il film è immerso in un’ironia sguaiata che porta chi lo guarda a trovarsi tra il rifiuto e l’attrazione, in un’operazione che però non è fine a se stessa ma che trasforma la trasgressione in resistenza sociale e politica.

La filosofa statunitense nel suo saggio infatti continua «camp […] è qualcosa che fa parte di un codice privato, addirittura di un badge di identità, tra piccole cliques urbane» e qui è necessario considerare infatti la stessa genesi del cinema di John Waters. Da giovane omosessuale nato e cresciuto nelle piccole comunità di Baltimora nel Maryland, egli non aveva molti spazi per esprimersi. Interessato al cinema e all’arte, inizia a frequentare da minorenne un locale beatnik dove incontra molti dei futuri collaboratori, ma deve tutta la sua carriera all’incontro con un ragazzo del quartiere, Glenn Milstead, giovane nerd sovrappeso e bullizzato che in pochi anni grazie alla loro amicizia si trasformerà nella splendida drag queen Divine, simbolo e incarnazione della sensibilità trash del cinema di Waters.

Il suo, quindi, è un cinema che parte dal basso, dalle comunità marginalizzate, dalle persone queer emarginate dalla stessa comunità LGBTQ+, dai bambini rednecks che si ribellavano ai genitori, tutti uniti da una forte rabbia generazionale, dalla passione per il cinema, per la marijuana e dallo stesso senso dell’umorismo, trasformando una situazione di svantaggio in riappropriazione creando un’estetica rivoluzionaria e influente sull’arte contemporanea a tuttotondo.

Pink Flamingos stesso riesce a dare un’idea di quanto questa organizzazione dal basso andasse a mettere in discussione le norme piccolo-borghesi, fatta di personaggi che erano scandalosi anche nella loro stessa esistenza in quella comunità cattolica. La coppia interpretata nel film da David Lockhary e Mink Stole, per esempio, rappresenta l’ipocrisia dell’eterosessualità borghese, la norma stereotipata e inserita nella società ma che in realtà dirige un traffico di donne rese incubatrici per vendere i neonati alle coppie lesbiche, sempre in uno stretto rapporto tra trasgressione ironica e critica della famiglia nucleare.

John Waters, in ogni caso, come tutti i giovani filmmakers, era ed è un cinefilo. Molto spesso nelle interviste ha dichiarato che molte delle sue ispirazioni venivano dai film più estremi che aveva visto, dai film erotici ai film gore, ma anche da Ingmar Bergman, da Rainer Werner Fassbinder, da Douglas Sirk, da Hollywood e dai film con Elizabeth Taylor, cogliendo l’esagerazione dei melodrammi e del divismo classico.

È difficile oggi rintracciare degli eredi di John Waters e del suo cinema, in quanto, come dichiara Slavoj Žižek, oggi «la perversione non è più sovversiva» ma anche il contesto culturale e sociale è totalmente diverso. Il periodo tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta in USA era stato infatti fertile per la sperimentazione nel cinema, un terreno in cui operavano registi come Kenneth Anger, i fratelli Kuchar, lo stesso Waters che a loro volta venivano ispirati dai vari filoni di exploitation, da Russ Meyer e Jesús Franco ma anche da artisti come Andy Warhol. In un periodo di grandi cambiamenti nella società e nel costume, con la pornografia appena diventata legale, con i movimenti di rivolta giovanile c’era un grande fermento nel voler mettere in discussione l’autorità, le gerarchie sociali e le norme precostituite. Oggi la situazione è drasticamente diversa e c’è meno possibilità per i filmmakers indipendenti di raggiungere un’audience ampia e anche meno spazio per la sperimentazione e la trasgressione in un’industria sempre più standardizzata.

In tutto ciò, John Waters con i suoi personaggi trasgressivi e un’estetica fuori dagli schemi, ha avuto un’influenza enorme innanzitutto sulla cultura punk, sulla moda, ma anche – ovviamente – sul cinema, primi tra tutti sull’opera di Gus Van Sant e Pedro Almodóvar, Ursula de La Sirenetta (1989) della Disney è esplicitamente ispirata a Divine, Hairspray (2007) con John Travolta è l’adattamento cinematografico del musical di Broadway ispirato dall’omonimo film del 1988 di Waters.

John Waters, oggi quasi 76enne, ha una cattedra all’università dell’Iowa, ha avuto una retrospettiva al British Film Institute, ha pubblicato una decina di libri e ha una carriera nell’arte contemporanea, oltre che nel cinema e continua a presenziare a festival e a rilasciare interviste. La sua eredità più che nell’estetica è stata quella di aver creato un vero e proprio genere cinematografico dal basso, un cinema fatto da persone queer, transgender, da sex workers e da ex-criminali. Nonostante la sua volontà di rimanere fuori dal mainstream, Pink Flamingos è diventato fin da subito un film di culto ed ha ottenuto un riconoscimento istituzionale nel 2021 quando è stato selezionato dalla Library of Congress per la conservazione nello United States National Film Registry per la sua rilevanza culturale, sociale e storica.

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