Taxi Driver: l’opera d’arte di Scorsese 45 anni dopo

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Vincitore di una Palma d’oro, tra i 100 migliori film di tutti i tempi secondo l’American Film Insitute, selezionato per la conservazione dalla National Film Registry della Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti: non c’è dubbio che Taxi Driver (trailer), capolavoro immortale di Martin Scorsese, rappresenti ancora oggi uno dei capisaldi incrollabili della storia del Cinema.

Travis Bickle (Robert De Niro), è un antieroe in bilico tra peccato e salvezza, colpa e fede; introverso e disilluso, scoraggiato ma dinamico e «nato per essere solo». Dall’iconico soliloquio allo specchio «Ma dici a me? Ma dici a me?», all’ancor più celebre duo giacca militare e taglio mohawk, il protagonista lascia tracce indelebili nel pubblico, ancora così vivide ben 45 anni dopo. Travis si mette a nudo agli occhi dello spettatore mostrando la sua squallida vita, in una ancor più squallida New York, attraverso un finestrino rigato dalla instancabile e notturna pioggia che sovrasta la metropoli. L’insonnia, le aspirine e il trauma irrisolto del Vietnam lo avvicinano alla vita sotterranea e notturna della rete dei tassisti della città che non dorme mai.

Bickle è un personaggio dinamico, che nell’arco della pellicola trasforma l’atteggiamento passivo nei confronti della sua stessa vita nel suo completo opposto: il suo diventa un protagonista attivo, che finalmente crede di aver trovato il proprio scopo, diventando la versione più impetuosa e violenta di sé. Dall’uomo che non crede nell’uso delle armi a colui che le destreggia con abilità e precisione, Travis si vede cambiare come il suo taglio di capelli.

Proietta inizialmente il suo disprezzo su un personaggio che agli occhi di Bickle impersona la corruzione, il potere e l’ipocrisia, la «feccia» da cui lui stesso vuole ripulire la società. Degna di nota e geniale l’inquadratura di Scorsese che ne nasconde il volto durante un discorso carico di pluralis maiestatis tanto fiducioso quanto demagogico, poiché egli rappresenta l’incarnazione dell’ambiguità della società in cui vive. La sua attenzione poi si sposta verso una più piccola porzione di malvivenza, che riuscirà a sradicare nel sedicente ruolo di giustiziere.

Negli ultimi minuti del capolavoro di Scorsese, Travis Bickle non è più indifferente agli occhi dei cittadini della Grande Mela: il «tassista contro la malavita» si è fatto spazio tra i titoli dei giornali e nei cuori di chi gli dedica gratitudine.

Le donne, invece, in Taxi Driver sono una all’opposto dell’altra, che conducono vite completamente differenti. Travis si invaghisce di Betsy (Cybill Shepherd) e della sua figura eterea. Egli poi si ritrova deluso da lei, definendola in seguito «fredda e insensibile» e «come tutti gli altri». Iris (Jodie Foster), al contrario, è una ragazzina di 13 anni che è stata soggiogata da Matthew (Harvey Keitel), il suo «protettore», che la sfrutta introducendola in un giro di prostituzione. É proprio lei e la sua innocenza rubata che Travis ha intenzione di salvare. 

La smussata e rotonda colonna sonora jazz di Bernard Herrmann accompagna la storia di un personaggio spigoloso ed immortale. Se Taxi Driver fosse un colore, sarebbe certamente rosso: rosso come i led che squarciano il buio della notte di New York e si specchiano sul parabrezza del taxi riflettendosi negli occhi del suo conducente, come le poltrone in velluto dello scialbo cinema che il protagonista frequenta, come la sua giacca “elegante”, come il sangue. Tipicamente associato alla rabbia, il rosso indica anche potere ed eroismo, quello che Travis Bickle cerca per dare un senso alla propria vita dopo gli orrori della guerra. 

Non è quindi un mistero il perché Taxi Driver sia un cult movie dai tratti immortali e sempre moderni. Come un antesignano di Drive (che ha recentemente spento la sua decima candelina), Taxi Driver racconta di un uomo solo al volante, introverso e taciturno, che incontra violenza e che si immagina giustiziere, che si guarda dentro riflettendosi in uno specchietto retrovisore. Il thriller noir del 1976 è ancora oggi capace di offrire spunti alla più nuova generazione di filmmaker.

La scelta di Robert De Niro per vestire i panni del protagonista (parte precedentemente offerta a Dustin Hoffman) e la maniacale devozione al suo personaggio sono stati gli organi propulsori della fama di questa eterna pellicola.

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