Falling, recensione: l’esordio di Viggo Mortensen alla regia

falling storia di un padre recensione film DassCinemag

Il ticchettio di un orologio accompagna i titoli di testa di Falling (trailer), un suono familiare che anticipa un argomento (quello del tempo) che sarà fondamentale per lo sviluppo del film. Un flashback avvia la trama: siamo nella seconda metà del Novecento, una famiglia composta da moglie (Hannah Gross), marito e un neonato, rientra in casa. Il padre (Sverrir Gudnason) bisbiglia al figlio: «Scusa se ti ho messo al mondo per poi morire». La narrazione quindi si sposta nel tempo: siamo nel 2008, un uomo anziano (Lance Henriksen) si risveglia di soprassalto durante un viaggio in aereo; suo figlio (Viggo Mortensen) tenta di calmarlo, però l’anziano non lo riconosce. Si scoprirà presto che sta andando a Los Angeles per cercare casa, impossibilitato di continuare a curare da solo la fattoria di famiglia. Questo però è un movente nemmeno troppo rilevante per la trama, la quale si concentra specialmente nel rapporto padre-figlio, descritto (o forse sarebbe meglio dire esibito) attraverso una narrazione che alterna passato e presente.

Viggo Mortensen ricopre il ruolo di sceneggiatore e regista (al suo esordio), ma anche attore protagonista e compositore delle musiche. Falling è quindi una sua opera, assai personale. Questa indole autoriale del film diventa cruciale nella sua lettura, poiché Falling possiede una caratterizzazione sicuramente atipica per un dramma familiare. Il racconto alternato dai flashback non disdegna sguardi in macchina o soggettive, fino a sboccare in uno stile più intimo, vicino a un onirismo goffamente malickiano.

Mortensen non esce mai dagli argini del cinema convenzionale, ma mantiene comunque un intento inconsueto: quello di valorizzare le comunicazione visiva di Falling e sfruttarla come mezzo per poter condurre chi guarda verso la mente incerta dell’anziano Willis. Tuttavia, proprio i flashback rappresentano una fragilità dell’opera. Da una parte, infatti, delineano certi aspetti che lo spettatore deve conoscere perché possa cogliere i riferimenti (questo utilizzo didascalico però riesce soltanto a esprimere un carattere pigro della sceneggiatura); dall’altra parte alcuni flashback possiedono uno stile più disinvolto, ma in questo caso sembrano uno scimmiottamento inconcludente che il regista non è in grado di reggere.

In realtà il problema dell’utilizzo dei flashback è altrove, ovvero in una sceneggiatura impacciata, inabile nel riuscire a delineare un quadro completo sia della situazione che dei personaggi, i quali appaiono degli abbozzi poco incisivi. Non c’è una vera e propria storia che si sviluppa: in Falling c’è l’incontro, il confronto e lo scontro, dei membri di una famiglia problematica. Da una parte il padre, un anziano bigotto, omofobo e misogino, rancoroso e prepotente verso ogni persona, dall’altra parte il figlio, un liberale omosessuale, completamente impassibile verso gli insulti del padre («Non sembri per niente frocio. Sei sicuro?», per dirne uno, ma il film è una sfilza infinita di insulti di questo tipo).

Innanzitutto a mancare sono le motivazioni dei loro atteggiamenti. L’utilizzo dei flashback in questo caso non aiuta, poiché sono approssimativi e restano in superficie delle situazioni: tutto accade senza una spiegazione. Il padre (del passato) cambia improvvisamente atteggiamento, diventando per lo spettatore uno stereotipo già visto: il padre severo che sfascia la famiglia. Forse però a infastidire di più è l’atteggiamento del figlio completamente remissivo verso gli insulti del padre. Il motivo sembra contrariare ancora di più: impostare un atteggiamento imperturbabile per tutto il film in modo da puntare all’inevitabile sfogo-confronto finale. Questo aspetto conferma la natura tradizionale di Falling: nonostante tenti di proporre un’opera atipica, e offra un quadro criptico, la struttura è quella caratteristica di un dramma familiare.

Falling recensione film Viggo Mortensen DassCinemag

Bisogna però soffermarsi un attimo su questa parola: «famiglia». Forse sarebbe sbrigativo affermare che Falling sfrutta i flashback per confrontare il modo in cui il concetto di famiglia sia cambiato, si sia evoluto e civilizzato negli ultimi anni, tuttavia è chiarissimo che (poco) sotto la superficie narrativa ci sia un’anima fortemente politica. Il padre del passato fa riferimenti a Cuba e al comunismo, mentre utilizza armi e lascia che il figlio utilizzi il suo fucile per uccidere un’anatra; una volta anziano, i suoi discorsi razzisti sembrano fare il verso a quella sostanziosa fetta di popolazione conservatrice, sostenitrice di ideali che con la prima elezione di Barack Obama nel 2008 (anno di ambientazione del film) sembravano essere rovesciati. Il confronto tra l’anziano omofobo e il figlio liberale sembra in qualche modo anticipare quello spaccato americano che si vincerà qualche anno dopo alle elezioni con la vittoria di Donald Trump.

Da questo punto di vista, lo spettatore ‘dal futuro’ conoscerà le conseguenze che l’impassibilità liberale nei confronti del bigottismo provocherà nelle elezioni americane. Il discorso è interessante per un aspetto in particolare: quella rappresentata dai flashback è la ‘classica’ famiglia americana, per ideali e struttura, ampiamente rappresentata dal cinema statunitense, mentre quelle mostrate nel presente sono famiglie più reali e genuine. John, suo marito (Terry Chen) e la loro figlia, oppure la famiglia della sorella di John (Laura Linney), con adolescenti dai capelli tinti e coi piercing. Falling sembra quindi un passaggio di testimone della classica famiglia americana cinematografica, dove il passaggio avviene però, come abbiamo visto, tramite un confronto impari.

Al suo esordio come sceneggiatore, Mortensen scrive un film confusionario che non riesce a sfruttare il suo potenziale e raccontare con chiarezza la storia. La sua è una sceneggiatura didascalica, che zittisce i suoi personaggi (quello del figlio è l’esempio più evidente, ma quello più strano è rappresentato da suo marito, a cui sono affidate pochissime battute) e ci comunica i loro ideali attraverso degli improbabili adesivi sul frigo (Obama nel suo famoso «Hope», oppure un’inverosimile fotografia di un ghiacciaio). Mortensen persino come attore non sembra a suo agio: il suo personaggio appare rigido, atteggiamento soltanto in parte frutto della scrittura. La sua regia invece si sofferma sui volti dei suoi personaggi, soffocando talvolta gli ambienti. Invece è delizioso il modo in cui riprende l’intimità dei genitori: al buio, perché ci sono alcune confidenze che non si possono esprimere.

Ti potrebbero piacere anche

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Ho letto la privacy policy e acconsento al trattamento dei miei dati personali ai sensi del Regolamento Europeo 2016/679 (GDPR) e del D.Lgs. n. 196 del 2003 cosi come novellato dal D.Lgs. n. 101/2018.