Come ti ammazzo il bodyguard 2 – La moglie del sicario, la recensione del film su Prime Video

Come ti ammazzo il Bodyguard 2

Non prendersi sul serio è il modo migliore per affrontare qualunque cosa e sembra averlo capito molto bene Patrick Huges, regista di Come ti ammazzo il bodyguard 2 – La moglie del sicario (trailer), con nel cast anche un attore del calibro di Morgan Freeman.

Ambientato quattro anni dopo gli eventi di Come ti ammazzo il bodyguard, il film riprende le vicende del bodyguard da tripla A Michael Bryce (Ryan Reynolds). Aver aiutato Darius Kincaid (Samuel L. Jackson) gli è costato la licenza da bodyguard, motivo per cui finisce in analisi in preda alla depressione. La dottoressa gli consiglia, perciò, di staccare da tutto, rinunciare a riavere la licenza e andare in vacanza in un posto tranquillo, come l’Italia. Che è esattamente dove si dovrà trovare per aiutare Kincaid e sua moglie Sonia (Salma Hayek) a sventare il piano del greco Aristotele Papadopoulos (Antonio Banderas) di far crollare l’intera economia europea per far ritornare la Grecia al posto di comando che le spetta.

La prima e più importante cosa da avere ben presente quando si incomincia la visione di questo film è che non è un film che si prende sul serio. Ma nel modo più assoluto: ogni azione è un’esagerazione, ogni personaggio quasi una caricatura. E la cosa è più che mai voluta! C’è, infatti, il protagonista sfortunato e ingenuo a cui accade letteralmente di tutto, che si ritrova incastrato negli eventi e tenta di contrastarli senza capire che l’unica cosa che può fare è accettarli. Ci sono due coprotagonisti molto scomodi che lo mettono continuamente davanti alla realtà dei fatti, un po’ come fossero la sua coscienza, e gli mostrano i suoi limiti, spingendolo a superarli. C’è, poi, un antagonista molto cattivo e molto arrabbiato, ma anche molto potente in quanto molto ricco e senza il minimo scrupolo di utilizzare ogni mezzo a sua disposizione per raggiungere i suoi scopi.

Scena da Come ti ammazzo il bodyguard 2

Negli ultimi anni sembra diventata quasi una moda ambientare almeno parte dei film, d’azione e non, in Italia. C’è chi decide di girare le scene direttamente nei luoghi reali, com’è successo ad esempio per il recente House of Gucci. C’è poi chi usa il Bel Paese come semplice scenario, cosa che accade in Come ti ammazzo il bodyguard 2: l’azione si svolge tra Capri («come i pantaloni!») e la Toscana, ma le riprese principali si sono svolte a Trieste (per quanto riguarda quelle su suolo nazionale). E da una parte è anche comprensibile: come avrebbero fatto, altrimenti, a rappresentare realmente tutti gli inseguimenti carichi dei migliori clichés del genere?

Insomma, la parola chiave di tutto il film è proprio questa: esagerazione, nell’azione come nei dialoghi, pieni di volgarità e doppi sensi, che hanno anche la funzione di caratterizzare i personaggi. Sonia Kincaid, ad esempio, è una donna latino-americana fortemente attaccata alla sua cultura; perciò, senza quell’accento e quel linguaggio misto non avrebbe lo stesso impatto. Allo stesso tempo, Bobby O’Neil (Frank Grillo) è il poliziotto dell’Interpol di Boston che vorrebbe solamente tornare in America, ma si trova bloccato in Europa e si sente costantemente limitato dagli “schemi” europei. Da buon americano, dà soprannomi e fa volontariamente battute che sfiorano il razzismo, lamentandosi continuamente di non poter agire «alla maniera di Boston». Diventa lui stesso una sorta di riflesso del film: un americano fortemente stereotipato che non vede l’ora di poter eccedere e mettersi in mostra, cosa che, alla fine, neanche a dirlo, fa.

Tutto ciò ha, infine, un’accezione negativa? Non per forza. Chi ha vissuto tra gli anni ’90 e i primi del 2000 ha visto la cinematografia oscillare tra il serio e il demenziale. Come ti ammazzo il bodyguard 2 aderisce in pieno a quell’operazione Nostalgia che da un po’ di tempo a questa parte molti registi sembrano aver messo in atto. Dopo anni di sperimentazione, almeno questo film è un ritorno alle origini, quando un film si poteva permettere il lusso di non essere realistico o politicamente corretto, ma ignorava volutamente la fisica e la biologia per regalare allo spettatore scene assolutamente improbabili, ma genuinamente divertenti. E non era “limitato dagli schemi europei”, bensì si concedeva il lusso di “agire alla maniera di Boston” per portare a casa il risultato. Alla portata non di tutti, solo di chi riesce ancora a godersi un po’ di sano guilty pleasure.

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