
Se si cerca la definizione di “calcinaccio”, l’enciclopedia Treccani indica che «al plurale, [è] ciò che resta di un edificio dopo un crollo o una demolizione». Macerie e rovine, quindi. Ma il termine ha anche un’altra accezione, più nascosta, recondita. Porta con sé l’idea di ricostruzione, ripartenza, rinascita. È in questa duplice natura che si trova il senso profondo del nuovo progetto di Filippo Uttinacci, in arte Fulminacci. Calcinacci (trailer) è, infatti, il titolo del quarto album del cantautore indie romano, ma anche il nome di un mediometraggio di cui lo stesso interprete di Stupida Sfortuna è protagonista. Ad affiancarlo in questa avventura in qualità di personaggi del film, il produttore Golden Years, gli attori Pietro Sermonti, Francesco Montanari e Brando Pacitto e i cantautori Franco126 e Tutti Fenomeni.
Pensato per accompagnare l’uscita del nuovo omonimo cd e presentato in anteprima al cinema a Roma, Napoli e Milano, Calcinacci è quanto più di lontano ci si possa aspettare da un videoclip. È, semmai, un’espansione dei temi del nuovo album in forma cinematografica. Protagonista del mediometraggio è, come si è detto, Filippo, un ragazzo un po’ disorientato e spesso fuori posto che sembra essere uscito da un film di Moretti («Giro, vedo gente, mi muovo, conosco, faccio delle cose…» potrebbe essere una frase detta tanto dal protagonista di Calcinacci quanto da Michele di Ecce Bombo, similmente irrequieti). Diretto dal duo registico Bendo assieme a Filiberto Signorello e scritto dallo stesso Uttinacci e Giovanni Nasta, il breve film racconta di una piccola avventura vissuta da Filippo: una giornata surreale che lo porta a uscire dagli schemi della sua monotona quotidianità attraverso l’incontro fortuito con personaggi piuttosto coloriti. Vite così tanto diverse tra loro che si incrociano e che proprio in questo incontro, seppur fugace, trovano la forza di ripartire, nonostante le difficoltà della vita, ora con una nuova consapevolezza e una diversa prospettiva.

Se, infatti, Filippo aiuta, più o meno coscientemente, i suoi compagni di viaggio, ciascuno di questi dona al ragazzo un proprio oggetto, tanti piccoli calcinacci che porteranno il giovane a rimettere insieme pezzi di sé (non a caso, la copertina dell’album è proprio un mosaico). Per tornare a Moretti, sembra quasi che Filippo sfrutti questi incontri come strumento di autoanalisi, imparando a conoscere meglio sé stesso proprio attraverso la relazione con l’altro. E quando le parole non bastano, interviene la musica: le canzoni del nuovo album, lungi dall’essere semplice accompagnamento, amplificano le percezioni e gli stati d’animo di Filippo, riempendo gli spazi vuoti della periferia romana che fa da sfondo alla storia e diventando parte integrante di questa.
Il tutto pervaso da una comicità dissacrante à la Boris e intriso di quelle leggerezza e malinconia che contraddistinguono la poetica di Fulminacci, da sempre in grado di trasformare l’ordinario in straordinario con grande delicatezza.
Concetto alla base dell’arte Kintsugi, i calcinacci conservano il senso di ciò che è stato, ma rappresentano anche la radice di ciò che ci riserva il futuro, per ricordarci che non è mai troppo tardi per ricominciare. Perché, come dice Fulminacci, «esistere è un esperimento», e noi, come lui, stiamo «vivendo l’avventura».

