#FKFF24: Yadang: The Snitch, la recensione del film di Hwang Byeong-gug

La recensione di Yadang The Snitch presentato al Florence Korea Film Festival

In un film dimenticato di Fritz Lang, You and Me, la protagonista interpretata da Sylvia Sidney si rivolgeva a un gruppo di ladruncoli squinternati con queste parole: «I pezzi grossi non sono piccoli delinquenti come voi. Sono politici». Il nuovo film di Hwang Byeong-gug, Yadang: The Snitch (trailer), presentato alla 24° edizione del Florence Korea Film Fest, ci mostra una società corrotta e spietata: dove la lotta per il potere diventa una guerra sanguinolenta al ritmo frenetico del colluso sistema coreano.

Lee Kang-soo (Kang Ha-neul) è uno “Yadang” ovvero un informatore: infiltrato speciale che si occupa di fornire prove e casi alla polizia. Collabora da anni con il procuratore Goo Gwan-hee (Yoo Hae-jin) ed è uno degli artefici della sua scalata all’interno della magistratura coreana. Quest’ultimo decide di ingannare Kang-soo, sequestrandolo grazie all’aiuto di una gang criminale e, allo stesso tempo, riesce a mettere sotto accusa con prove false anche Oh Sang-jae (Park Hae-joon) un poliziotto che gli sta mettendo la zappa sui piedi. Questo si unirà con lo Yadang per cercare verità e giustizia.

Il ritmo è altissimo. La regia di Byeong-gug è febbrile, vorticosa, ricca di camera a mano. Spinge l’occhio alla massima attenzione: zoom e zoom out, split screen, movimenti di macchina veloci accompagnati da una messa a fuoco ampia, stabile, che ci immerge completamente nel mondo dell’opera. Sembra quasi che il “mezzo cinema” straripi dallo schermo: un abbondare irrequieto che lavora sulla massima dinamicità dell’immagine. Un ritmo che alla fine risulta violento come le dinamiche all’interno dell’opera: infime storie di corruzione coreana. 

Kang-soo è un reietto che viene sfruttato dallo stato per i suoi laidi giochi di potere. Preso sotto l’ala da Gwan-hee quando era ancora tossicodipendente. Reso automa per poter essere assoggettato da una struttura che lo sovrasta. È un film di scalate sociali e delle loro conseguenze: la ricerca spasmodica di dominio in una società corrotta da politica e magistratura. È Sang-jae infatti la rappresentazione metaforica del dialogo tra stato e popolo, anche quando quest’ultimo ne diventa (quasi) nemico alleandosi con il crimine organizzato. Ma questo crimine è peggiore rispetto a quello attuato tacitamente dalla classe dirigente? Ci vengono posti anche questi dubbi: leciti se si vuole parlare non solo alla Corea ma al mondo intero, estendendo tale idea oltre la ramificazione cinematografica nazionale.

La recensione di Yadang The Snitch presentato al Florence Korea Film Festival

Quando nel primo, sporco e logorato studio di Gwan-hee, prima della sua scalata, vediamo camminare lungo il pavimento uno scarafaggio, davanti a noi appare, metaforicamente, tutto il significato dell’opera. Chi è, quindi, lo scarafaggio e chi il disinfestatore in un mondo di schemi sociali dove tutto viene categorizzato? Chi lotta davvero per la libertà e la corruzione: la classe dirigente o il popolo? Il film approfondisce il suo sottotesto politico tramite piccoli dettagli e, a noi spettatori, vengono date le chiavi per rispondere autonomamente a queste domande. Ovvero che se gli scarafaggi vanno eliminati “puntando al nido”, come detto dallo stesso Gwan-hee, allora anche la classe politica e amministrativa, quella che ci difende, va in qualche modo decontaminata dall’interno, eliminando le sue orride strutture corruttive.

E allora il film diventa una caccia agli scarafaggi: una frenetica e smisurata lotta contro la fama di potere a discapito degli ultimi. Lo fa strutturando un action movie che non dimentica la tradizione del genere asiatica ma la rielabora dandogli una forza più vitale e moderna. Personaggi grotteschi, caricati oltre che infimi e violenti: alcuni in rappresentanza del popolo e delle sue sfaccettature (Kang-soo è un antieroe mentre Sang-jae è il suo esatto opposto) altri che invece strizzano l’occhio anche ai recenti casi di corruzione in Corea del Sud (soprattutto quello dell’ex presidente Moon Jae-in). E, finito il film, non resta che guardarci intorno e vedere se ci sono in giro piccoli, sporchi, tediosi scarafaggi. Esseri eterni di questo folle mondo.

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